Roberto Bugiolacchi
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ROBERTO BUGIOLACCHI
Robè
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Prefazione
I dischi ‘Il meglio di…’, mostre retrospettive, ‘Greatest Hits’, ecc. rappresentano
spesso o un ‘giro di boa’ artistico, o una commemorazione per ‘ricordare’ (leggi:
sfruttare economicamente) l’ex-viventis. Queste raccolte, ECO ed ECCO, non
fanno parte della prima categoria (ho smesso di produrre musica) e, per ora,
neanche dell’ultima. Poi, fatto curioso per chi mi conosce, queste canzoni sono
cantate in italiano. È la mia lingua madre certo, ma come leggerete, per 30 anni
è stata relegata a voce secondaria, usata per lo più per interazioni familiari ed
amicizie accidentali. Ed allora perché non comporre una raccolta pescando fra
le centinaia di provini, registrazioni professionali e collaborazioni musicali
cantate in inglese e registrate nella “perfida Albione dalla lingua afona”? La
storia del triviale ci insegna che tutti i nostri cantanti e migliori gruppi hanno
ottenuto un discreto successo all’estero solo quando hanno proposto le loro
canzoni nelle versioni in lingua originale (Modugno, Albano, Celentano,
Ramazzotti, Zucchero, Cotugno, Bocelli, ecc.), con l’eccezione dello spagnolo,
che ha permesso ad artisti dalla Carrà alla Pausini, fino a Tiziano Ferro di
conquistare il ‘mondo latino’. Invece gli innumerevoli tentativi in inglese
ricordano una cantina di periferia: un fiasco dopo l’altro, da Battisti a Baglioni,
fino a Mina e Jovanotti. Perché? A parte l’ovvio, cioè che i paesi anglo-sassoni
hanno una riserva di talento molto creativa, eterogenea, e praticamente
inesauribile (Stati Uniti, Inghilterra, Australia, ecc.), qualsiasi accento
‘straniero’ nel cantato suona troppo ‘folcloristico’, se non irritante. Questo
andava bene ai tempi di Dean Martin, Charles Aznavour o Edith Piaf, ma se oggi
canti un pezzo moderno pop-rock ‘tirato’ e ti esce l’equivalente in italiano di un
‘perchè’ invece di ‘perché’, l’ascoltatore medio anglosassone si sente
immediatamente proiettato nell’ambiente di un ristorante di Little Italy o peggio,
sul set di The Godfather (Il Padrino). Per chi come me scrive testi e ‘se li canta’
il rischio di non suonare ‘autentico’ cresce esponenzialmente. Le capacità
percettive di linguaggio nell’uomo sono sensibilissime alle più eteree sfumature
di accento e, anche più, metrica, come sappiamo bene in Italia, dove spesso
riusciamo ad identificare la provenienza dell’interlocutore entro un raggio di
qualche chilometro da casa nostra. Questa lezioncina tediosa, che così bene mi
caratterizza, è per spiegare, con due parole quando una basterebbe, perché
qualche anno fa, preso da un impulso creativo irrazionale decisi di riscrivere (e
non tradurre) testi in italiano per il mio catalogo inglese. Fine parentesi, tiro il
fiato.
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La qualità delle registrazioni varia considerabilmente, andando dal poco più che
provino fatto in casa, al prodotto ‘semi-professionale’. Ho suddiviso le canzoni in
due CD ‘virtuali’: ECCO, con le canzoni più rock e ‘dinamiche’, ed ECO, più
jazzate e latineggianti. Ho anche incluso (come bonus!) delle versioni acustiche
scarne, provini che sarebbero dovuti servire come guida ad un produttore (di
un’ipotetica e spericolata casa discografica!) per scegliere i brani da registrare
professionalmente. Tale disegno non si concretizzò, ma le propongo qui perché
penso che rappresentino un documento interessante e di confronto con le versioni
‘prodotte’ e… datate. Certe volte i bozzetti sono più interessanti dell’opera
compiuta…
Non era certo nei miei piani produrre ‘un libretto sulla mia vita’, una biografia (che
non merito) o che sia. Anzi, l’intenzione iniziale era di scrivere solo qualche riga
di introduzione ai ‘CD’. Poi su tre canzoni in particolare, pensai che la loro storia
ed evoluzione fossero abbastanza interessanti e ricchi di aneddoti (vedi le tre
“Storia Di: …”). Da lì ho aperto il cancelletto dei ricordi (o la scatola di Pandora!)
e questo è il prodotto. Logorroico anche sui tasti.
Due ultime paroline prima di iniziare…
Ho avuto quattro fasi di vita ben distinte: bambino, adolescente italiano,
adolescente inglese, ed una sorta di ‘maturità’ apolide (il presente). Quando arrivai
in Inghilterra all’età di 21 anni, come leggerete, mi azzerai la vita, disimparando
l’italiano, che non recuperai più nella sua piena forma ed eleganza (come qui
testimone), letteralmente regredendo a livello infantile. Ma qui non voglio parlare
di ‘Bugiolacchi’, ma usare solo le mie esperienze nel campo musicale per
ricostruire tre decenni di vita anglosassone con i suoi alti e bassi, successi e
fallimenti, in un mondo dove personaggi anche famosi appaiono inaspettati sul
palco della mia vita per poi scomparire tra fumo e specchi. Di conseguenza, quello
che non sarà narrato qui sono tutti gli aspetti personali, familiari e sentimentali che
non influenzarono, se non indirettamente, il mio viaggio nel mondo del “Music
Business”. Quindi, spero che le persone significative nella mia vita non se la
prendano nel non ritrovarsi su queste povere pagine di ricordi professionali:
l’affetto e gratitudine che serbo per loro va letto tra queste righe e le rughe del mio
viso.
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Bugiolacchi Roberto, detto: Robert Lacchi, Ro Berto, Robè
Negli anni 50-60 essere nati a Castelfidardo (AN), dal gran appellativo di “Patria
della Fisarmonica e degli Strumenti Musicali”, garantiva un’infanzia satura di
musica. Questo dentro una cornice culturale internazionale dove la ‘canzonetta’
stava evolvendosi in colonna sonora e identificativa delle nuove generazioni,
permeando tutte le faccettature della vita dei giovani, dallo svago e sballo fino a
tramutarsi in manifesto politico di protesta “ed impegno sociale”, come si diceva
allora. Ma a ‘Castello’, come lo chiamiamo noi, la musica letteralmente permeava
l’aria, senza scendere nel poetico patetico. Laboratori di accordatura intonavano
tutto il giorno le ‘voci’ delle fisarmoniche (immaginate piccole armoniche a bocca
monotòne e.… monòtone), aumentato da tanti ‘lavoratori autonomi’ a casa, che
effettivamente costituivano un ‘nero’ vitale per la prosperità del paese (ma molto
meno per quello del Paese).
La mia famiglia faceva parte di questo ecosistema: i miei nonni materni erano
immigrati dalla Sicilia dove gli ‘Scalzo’ erano ben conosciuti da generazioni nella
loro natia Catania come abili intarsiatori di madreperla (specialmente per chitarra).
Per decenni nonno aveva pantografato disegni artistici di ogni tipo sulla cellulosa
delle fisarmoniche, ‘scritto sui tastini’ ed intarsiato tanti altri dettagli estetici.
Il nonno paterno invece aveva fondato l’Italcinte, che, come il nome suggerisce, si
specializzò su articoli in pelle per strumenti musicali (cinte, tracolle, ecc.), dalle
fisarmoniche alle chitarre. Quest’ultime arrivarono a sorreggere chitarre su spalle
molto importanti, dai Beatles a Jimi Hendrix. Mio padre lavorò in questa fabbrica
artigianale locata direttamente sotto casa nostra per anni fino a quando il fratello
della mamma, ‘zio Oliviero’, gli offrì un ottimo lavoro in ufficio in un’altra ditta
di famiglia, anche se un ‘pochino’ più grande: la EKO di Recanati (MC). Oliviero
Pigini aveva fondato una fabbrica di chitarre e strumenti musicali che diventò
presto un piccolo impero: infatti agli inizi degli anni 70 era la fabbrica di chitarre
più grande del mondo! Tra l’altro costruiva le famose chitarre VOX, suonate da
molte leggende della musica britannica. Ma la EKO non era di certo l’unica realtà
di strumenti musicali nella zona. Ovvio, a parte marchi storici come la Paolo
Soprani (diciamo la ‘Fender’ delle fisarmoniche), molte aziende di organetti si
erano adeguate ai tempi ed avevano iniziato a produrre tastiere elettroniche. Alcuni
di questi marchi divennero ‘classici’ negli anni, con nomi oggigiorno conosciuti
nel mondo come quelli FARFISA, CRUMAR, ELKA, ecc. anche se penso che
gruppi famosi in giro per il mondo non fossero a conoscenza del fatto che i nomi
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delle loro tastiere così ‘cool’ erano invece acronimi di “FAbbriche Riunite di
FISAmoniche”, o “CRUcianelli MARio” …
Questa la cornice locale del tempo nel cui quadro molti di noi giovani crescevano
circondati da strumenti musicali: una chitarrina studio della EKO qua, una
‘pianola’ della BONTEMPI là, un organo FARFISA in sala. In più la musica era
dappertutto: anche in Chiesa c’erano sempre uno o due musicisti che
strimpellavano la chitarra o l’organo elettronico per accompagnare canti ‘moderni’.
Addirittura, siamo negli anni 70, ricordiamoci i molti preti ‘progressisti’ (oggi
alcuni li chiamerebbero “catto-comunisti”) che per stare al passo con i tempi ed
attirare i giovani, portavano anche la batteria a Messa! Mi ricordo che suonai
Europa dei Santana al momento dell’elevazione una domenica…
Questa congiunzione astrale, o ‘Perfect Storm’, come lo chiamano gli americani,
inevitabilmente finirà col produrre musicisti di calibro internazionale. Giusto per
menzionare tre chitarristi sommi, non posso non ricordare Augusto Mancinelli, nato
nella vicina Stazione di Castelfidardo-Osimo e purtroppo venuto a mancare
giovane nel 2008, che faceva combutta (e sana competizione!) con altri fenomeni
locali come Antonio Forcione (da anni residente in Inghilterra e uno dei chitarristi
acustici più apprezzati al mondo), ed Amedeo Nicoletti (affermato nella sua
nazione adottiva, la Svezia). Loro erano di qualche anno più grandi di me ed ho
solo un vago ricordo di Mancinelli, mentre andavamo a trovare mio zio liutaio nella
sua scassata FIAT 500 bianca. Con Antonio invece i nostri destini si incrociarono
parecchie volte, dato che anche lui si era trasferito in Inghilterra (dopo aver
attraversato l’Europa come artista di strada) ed ogni tanto ci si ritrovava a qualche
concerto o per via di amici in comune (Antonio condivideva la sua casa con un
gruppo di musicisti e personaggi ‘interessanti’, come il violinista ed amico comune
Giuseppe Cerciello, di cui parleremo dopo). Amedeo invece non l’avevo mai
conosciuto dato che era emigrato in Svezia quando ero ancora giovanissimo, ma il
destino ci fece incontrare durante un breve periodo della nostra vita quando
entrambi eravamo ritornati in paese “per riprovarci”. In quell’occasione produsse,
suonò e registrò due delle mie canzoni che potete ascoltare su ECO.
La musica è disponibile per l’ascolto (anche gratuito) su SPOTIFY o Apple Music.
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Ed io?
Probabilmente correva l’anno 1976 quando iniziai a strimpellare l’organo
elettronico che mio padre aveva portato a casa per invogliare me ed i miei fratelli
a suonare. Più c’era una chitarrina studio della EKO che gironzolava qua e là, ma,
onestamente, non ho nessun ricordo del giorno o periodo quando fui infettato dal
morbo della musica. So solo che mio padre riconobbe il mio interesse e mi portò a
casa una chitarra migliore, una EKO Ranger, ed iniziai allora a suonare
‘seriamente’. Quello che mi ricordo chiaramente però è che già dopo aver imparato
un paio di accordi di base iniziai subito a ‘scrivere’ le mie melodie. Questa
attitudine, analizzandola anni dopo, sbocciò non tanto grazie ad un raro dono di
creatività, ma da una pura necessità fisica, diciamo, per via di un handicap che mi
ha tormentato (ma anche benedetto…) per tutta la vita: una pessima memoria a
breve termine. A scuola elementare per esempio andavo molto bene, ma ricordo la
frustrazione e rabbia, fino alle lacrime, quando i compiti richiedevano di imparare
una poesiola a memoria. Numeri di telefono, nomi di persone e luoghi, compleanni,
ecc. resteranno sempre in un limbo per me, tracce su agendine scritte nella mia
calligrafia ‘medica’, rubriche ed ora, grazie alla tecnologia, aggeggi elettronici.
Altra mia caratteristica giovanile, era il mio ben noto ‘volare’: quando venivo preso
dall’eccitazione nel mio fantastico mondo pre-pubescente iniziavo a saltare
freneticamente facendo mulinello con le mani! Bastava un passaggio interessante
in una lettura, per esempio, per far calare il sipario sulla realtà ed iniziare a costruire
un percorso immaginario e fantastico in testa mentre il cuore mi scoppiava in petto.
E ‘volavo’. Ma ritenzione mnemonica del concreto e del reale, zero. Così il mio
cervello si adattò con lo sviluppo di quello che alcuni chiamano creatività (che non
necessariamente fa rima con qualità). Quindi anche da giovane, assolutamente
incapace di ricordare un solo testo di canzoni altrui, mi dedicai a scrivere musica
che, attraverso una ripetizione stile mantra, mi finiva per rimanere in testa.
Questo limite mnemonico fu frainteso per anni anche a mio favore. Un esempio su
tutti: anno 2001, siamo in uno degli studi di registrazione più prestigiosi di Londra,
il Mayfair: al mixer uno dei più rinomati ingegneri del suono nel mondo, l’inglese
Tom Elmhirst (vincitore di ben 15 Grammy!); in produzione Guy Sigsworth, che
era appena ritornato dagli Stati Uniti reduce dal nuovo singolo di Madonna che
aveva contribuito anche a scrivere; ed infine Baz alla voce ed io che mi alternavo
tra basso e chitarra (Guy, che era anche il tastierista di Bjork, suonava e
programmava il resto). Registrando uno dei singoli, Guy mi chiese di suonare un
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riff di chitarra (motivetto) relativamente semplice che era stato usato su un nostro
provino (quindi scritto da me). Questo durava per metà della canzone, diciamo un
minuto e mezzo. Entrato in sala iniziai a suonare. Tutto di un getto. Al rientro in
regia fui accolto da un applauso con Guy che mi definì ‘genio’ di fronte a tutti!
Non pensavo di aver suonato chissà cosa, ma lui mi disse come avesse apprezzato
la mia creatività nel non aver ripetuto le stesse tre note due volte di fila: era
convinto che l’avessi fatto per offrirgli una ‘scelta’ di versioni alternative da usare
sul disco! In verità, io invece ero convinto di aver suonato la stessa esatta melodia
dall’inizio alla fine! Quindi da handicap a “genial” virtù.
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ANNI 70, del 1900
E si ritorna agli anni 70. Mio padre aveva assunto il ruolo di dirigente nella EKO
che ora era diventata così influente da diventare una dei più importanti sponsor di
musicisti professionisti italiani. Io frequentavo molto volentieri la fabbrica a quel
tempo, ed in particolare la sua sala espositiva che mi dava l’opportunità di
strimpellare tutti gli strumenti che producevano, dagli organi da chiesa alle chitarre
elettriche. Rompevo le scatole a tutti: andavo nel settore produzione per guardare
mio zio Alfredo (Bugari) che accordava le chitarre, o nello studio tecnico
elettronico, dove elemosinavo resistenze, condensatori e transistor per i miei
progettini personali.
In più avevo iniziato a prendere lezioni di armonia da un maestro di musica che
abitava accanto alla ditta, dato che mio padre insisteva che un musicista, per potersi
definire come tale, doveva a tutti i costi saper leggere la musica. È così che ebbi
anche l’opportunità di incontrare i grandi di allora, come i componenti della PFM
e del Banco (MS), Bennato, ecc. Allo stesso tempo suonavo e scrivevo, e la chitarra
non mi lasciava mai (F1).
F1. (1976) Prima uscita da solista a 13 anni. Mio cugino mi diede il soprannome (Max) Zorin perché
apparentemente, quando chiesero se qualcuno volesse suonare, dato che era il tempo delle ‘comuni’ catto-
comuniste (nel teatrino delle suore!), i miei occhi si illuminarono di egotismo adolescenziale e saltai sul
palco. Forse.
Con mio cugino e coetanei figli di amici dei nostri genitori, formammo uno dei
gruppi storici del paese, Il Mercato Sottostante (F2), il quale, grazie ad uno zio ‘in
Comune’ riuscì anche a suonare alle feste di carnevale in piazza ed addirittura
arrivare ad esibirsi allo stadio sportivo comunale di fronte a migliaia di
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compaesani. Nel gruppo appunto c’era anche mio cugino Luca (F3), nato a 30 metri
di distanza tre settimane prima che nascessi io, una sorta di gemello-diverso, col
quale condivisi importanti eventi della vita, sia personali che musicali.
A parte il gruppo musicale ‘rock’, non mi vergogno affatto nel ricordare gli anni
passati a suonare la chitarra (una Ranger a 12 corde!) con il coro della Chiesa
Collegiata la domenica e le feste comandate. Poi c’erano le mie serate alla
‘Tavernetta’, una cantina a Marcelli (AN) dove suonavo e cantavo musiche
inventate sul lì per lì cantando testi inglesi aperti a caso (ricordo CSN&Y).
Creatività dalla necessità, sempre per via della mia vacante memoria.
F2. (1977) Nucleo Mercato Sottostante, da sinistra, Francesco Guidobaldi, io, Luca Orsetti, in un posto poco
salubre davanti casa nostra. Bimbi alle prime armi, io già in pieno sviluppo ormonale col barbino (ed il mio
sviluppo, fisico ed emotivo, si fermò tristemente lì), ma Francesco e Luca apparentemente ancora pre-
pubescenti (Luca che a quel tempo era un fan sfegatato di Josè Feliciano. Scherzo). Notare la scatoletta
attaccata alla mia cinta, un prototipo di wah wah automatico che proveniva dal leggendario Gary Hurst,
costruttore di pedali storici anche per Jimmy Hendrix, ma che era residente a Castelfidardo, per amore.
Sembra che mi controlli l’insulina o il pacemaker.
A 16 anni mi iscrissi in Osimo (AN) alla sede staccata del Conservatorio di Pesaro
al corso di chitarra classica. In quell’occasione mio padre mi portò a casa la chitarra
migliore (e costosa) che la EKO avesse mai costruito, l’Alborada. Il corso andò
molto bene, anche se dovetti correggere molti ‘vizi’ di base su cui avevo sviluppato
la mia tecnica autodidatta (che erroneamente pensavo già ‘virtuosa’). L’handicap
della memoria era minimizzato in questo contesto dato che leggevo dallo spartito,
ed addirittura al primo esame mi promossero un anno in avanti (come se ne avessi
fatti due). Purtroppo, dovetti lasciare il corso per due ragioni: una perché il
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professore mi aveva consigliato che per progredire avrei dovuto smettere di fare
sport seriamente (giocavo in squadre di pallacanestro a dispetto della mia stazza,
chiamiamola ‘compatta’), e l’altra perché, e qui va precisato non certo per colpa
della musica, ero ‘riuscito’ a farmi bocciare lo stesso anno alle scuole superiori. La
scusa certo erano i miei impegni extra-scolastici, ma in realtà il ‘problema’ era che
mi era capitato come compagno di banco quello che poi diverrà il mio migliore
amico negli anni, famoso per il suo umorismo modulato da un’intelligenza fuori
dal comune. Va precisato che i miei interessi ‘innati’ sin da piccolo erano stati la
scienza e la musica (in questo ordine). Ma finii con lo studiare Ragioneria alle
superiori per la semplice ragione dell’offerta limitata di indirizzi di studio a livello
locale, ed ammettiamolo, anche un po’ per ‘tradizione’ familiare e
occupazionale. Devo dire che due anni di corso di dattilografia mi furono molti
utili nel tempo, ma per il resto delle materie economico/legali, caliamo un pietoso
velo. Mi servirono inoltre frammenti di lezioni di italiano, che mi aiutarono a
sviluppare una certa dimestichezza nello scrivere poesiole (mi piaceva in
particolare il Foscolo), e di religione, nelle quali fui esposto ad autori come Eric
Fromm che finirono per plasmare la mia visione della vita e ad interrogarmi su
certi aspetti fondamentali dell’essere.
F3. (1978) “Il Mercato Sottostante”, concerto al teatrino di S. Anna. 15 anni e decorati da brufoli ma con
magliette stampate per l’occasione. I ‘musicisti’ da sinistra, Francesco Guidobaldi, ‘Freddy’ alle percussioni
(nascosto), Luca alla batteria, Giancarlo Serrani alla chitarra, io e Roberto Rampioni alle tastiere. Questa
foto mio padre la mise sul giornalino ufficiale della ditta EKO che lui curava, e mandata in tutto il mondo. Si
narra che in Indonesia giri una cartolina con quest’immagine come esempio di decadenza occidentale. Ma
forse sono solo chiacchiere.
Allo stesso tempo, mentre marciavo verso l’agognato diploma (in quanto
liberatorio, non certo di utilizzo), feci tantissime e disparate esperienze musicali.
A 17 anni uscii per la prima volta dall’Italia come chitarrista in un gruppo
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folcloristico di Filottrano (AN), che mi portò in Olanda, Germania, Spagna e
Portogallo. Vestito da colono marchigiano con cappello di paglia d’ordinanza,
suonai in festival nella penisola iberica e per i nostri poveri emigrati nel nord
Europa, emarginati e visti con sospetto dai ‘giganti sassoni’.
Terminati finalmente i miei sei anni di calvario, voglio dire superiori, non mi
godetti molto la mia meritata ‘libertà’ dato che venni subito ‘chiamato alle armi’,
ma con una differenza: con mio cugino, eravamo infatti riusciti ad entrare nel corpo
dei Carabinieri Ausiliari. Il guadagno fu doppio: invece di soffrire come militoni
qualunque in qualche angolo oscuro del paese, divenimmo professionisti della
giustizia, e per giunta ben pagati!
Partii per il quel di Benevento (sede del corso) con valigia e chitarra in mano.
Immaginate le facce degli ufficiali al mio arrivo attrezzato come un gitante! E
comunque la chitarra servì, e come. A parte l’ispirazione (scriverò ‘You’ per
esempio, vedi “Storia di: Pietà”), il suonare la chitarra mi permise di entrare a far
parte del comitato organizzativo delle celebrazioni del centesimo anniversario
della caserma, nel quale faceva anche parte mio cugino ed un certo Leonardo
Pieraccioni. Conseguente a questa ‘iniziativa’ ruffiana, io e Luca riuscimmo a farci
amico un ufficiale influente che ci aiutò ad essere comandati a Roma e non qualche
stazioncina calabra, poiché speravamo di infiltrarci nel mondo musicale nazionale
(e provare la vita di città!). Ma nella capitale successe poco o nulla in termini di
musica (a parte il poter registrare un mio primo demo ‘professionale’) ed entro un
anno mi ritrovai in paese con prospettive concrete di lavoro nel campo della
contabilità (a quel tempo ‘lavoravano tutti’).
A parte il Carabiniere, il mio primo ed ultimo lavoro ‘retribuito’ in Italia fu con
l’emittente radio locale Radio Castelfidardo 1 dove curavo un programma di
musica mattutino (molto per me, dalle 8!). Ma la commedia e l’umorismo mi
attiravano molto di più del mandare qualche disco in radio. Così ne approfittai per
sfruttare il talento comico di due miei amici di infanzia: Paolo, il già menzionato
compagno di banco, e Davide, già da tempo macchietta radiofonica apprezzata. Il
programma, che chiamai “Gli Esperti Rispondono”, era abbastanza demenziale,
con un minimo di struttura e palinsesto basato su improvvisazioni come “ospiti in
studio”. Lo scopo principale era di prendere in giro persone, usi e costumi locali.
E divertirmi con i miei amici. Il programma ebbe un discreto successo locale a tal
punto che si sviluppò esponenzialmente nel tempo specialmente quando, dovendo
lasciare il ruolo di moderatore dovuto alla mia partenza dall’Italia, le redini furono
prese dal proprietario dell’emittente, il ben più valido e strutturato Maurizio. Il
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programma fu anche imitato da altre emittenti regionali e forse oltre, ed è uno dei
progetti di cui vado più orgoglioso.
Nel frattempo, il demo che avevo registrato a Roma era finito alle orecchie del
compianto Rodolfo Maltese (F4), chitarra e tromba del Banco del Mutuo Soccorso,
che mi disse “dovresti provare con queste canzoni all’estero” (probabilmente
perché preferivo scrivere e cantare nel mio inglese maccheronico, odiando la
metrica e verbosità dello ‘stile italiano’ di quel tempo). Convinto che fosse un
invito a perseverare (non aspettavo altro), decisi di provare prima negli Stati Uniti
(F5). Questo progetto non si materializzò per varie ragioni e così riuscii a
convincere mio padre a farmi andare in Inghilterra per migliorare l’inglese, per così
potenziare le mie prospettive di lavoro al ritorno in paese. Quindi mi spedì per
qualche settimana a Leeds, nel nord dell’Inghilterra, dove viveva un suo collega ed
amico, per fare un corso in lingua al Leeds Polytechnic. Non sarei più tornato a
vivere in Italia, se non per un breve periodo di qualche mese nel 2015.
F4. (1983) Con Rodolfo Maltese del Banco, venuto a mancare nel 2015, rari gemelli tricologici, ma non
artistici (lui di un altro pianeta). Qui dimostravamo gli strumenti della Stonehenge (di mio zio Alfredo
Bugari) alla fiera di strumenti musicale di Pesaro.
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F5. (1984) Primo servizio fotografico ‘professionale’ (NISI). Chitarra da sogno Gibson del mio migliore amico
non chitarrista ma nipote del proprietario del negozio più grande di Filadelfia (non di formaggio spalmabile,
ma chitarre, Stati Uniti).
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Si parte, per l’Inghilterra con l’aereo “Giovanna” da Bologna
Partii subito dopo il Natale del 1984 (a 21 anni), dando inizio alla seconda fase
della mia vita, quella anglosassone. Prima tappa, Londra. Lì incontrai mio cugino,
che mi aveva preceduto di qualche mese in questa nuova avventura. Un breve
periodo di climatizzazione per poi trasferirmi a Leeds dopo il Capodanno (F6). Il
mio inglese scolastico di base non era male, lo avevo portato all’esame delle
superiori come materia scelta, ma, diciamoci la verità, avevo presto appurato che
non capivo nulla quando mi parlavano! In questo contesto andare nello Yorkshire
mi aiutò parecchio dato che la pronuncia regionale è molto più fonetica e simile
all’italiano di quello del sud, quella più forbita della Regina per intenderci.
Al college incontrai un gruppo di studenti italiani con mille storie personali anche
interessanti ma che non sto a raccontare qui. Però capii subito che per imparare una
lingua straniera bisogna immergersi totalmente nella cultura quotidiana, e così feci.
Mi sforzai di smettere di pensare in italiano ed iniziai ad annotare le parole che non
sapevo esprimere in inglese.
La mia prima esperienza dal vivo musicale fu grazie ad una ragazza inglese di
colore che avevo conosciuto attraverso il collega di mio padre. Lei parlava
correttamente molte lingue, compreso un ottimo italiano. Aveva conoscenze in una
pizzeria molto bella (ma non gestita da italiani) e mi aveva organizzato delle serate
lì. Imparai (non a memoria, ovvio) qualche canzone di successo di quegli anni, da
Withney Houston agli Wham. Ma per tutta la sera mi venne solo chiesto di suonare
Happy Birthday ai tavoli e canzoni napoletane, e lasciai disilluso.
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F6. (1985) Leeds. Tanto, troppo rosa, dalla testa alle tendine. Un’esuberanza cromatica giustificabile in un
contesto eterosessuale solo dalle mode ‘gender’ di quegli anni. In mano, uno dei tanti strumenti che
idiotamente vendetti negli anni: una chitarra elettronica della Roland molto rara diventata strumento ‘cult’
nelle mani di Pat Metheny.
Avevo lentamente iniziato ad infiltrarmi nel giro musicale di Leeds, che a quel
tempo stava esplodendo, con gruppi rock come la ‘Gang of Four’ e gli ‘Scritti
Politti’. Un giorno incontrai un ragazzo di nome Jonathan Barrett il quale suonava
il basso fretless, ovvero senza tasti come un contrabbasso, che andava molto in
voga a quel tempo (“alla Paul Young”). Diventammo presto ottimi amici e
collaboratori musicali. Jonathan era il figlio ‘ribelle’ di una famiglia ‘bene’, con un
fratello chirurgo affermato, ma lui, dichiarato “comunista/anarchico” come
tantissimi ventenni di quell’epoca, voleva solo suonare il basso e scrivere canzoni,
vivere d’arte per intenderci (una visione della vita che mantiene fino ad oggi!).
Entrammo subito in sintonia producendo canzoni molto orecchiabili. Dopo poco
tempo ci sentimmo pronti di far conoscere i nostri prodotti e ci associammo con un
talentuoso musicista del luogo di nome Guy Manning che come me era un
polistrumentista e autore di musica e testi. Iniziammo a suonare subito dal vivo
(F7). Bisogna dire che l’inclusione di Guy era anche dovuta, a parte per il suo ovvio
talento, anche per la sua impressionante collezione di strumenti professionali:
ricordo che quando ci alternavamo tra tastiere a chitarre io suonavo solo i suoi
strumenti, tra i quali costose chitarre Fender e Gibson. In più aveva il jolly: un
furgone per portare gli strumenti! Dato la sua giovane età, mi sembra di ricordare
che anche lui venisse da una famiglia parecchio agiata (della quale non parlava
mai…). Il gruppo si chiamava Bailey’s Return e durò circa un anno. Iniziammo a
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fare serate un po’ dappertutto nella contea dello Yorkshire, specie nel capoluogo
York (D1), e la stampa locale cominciò presto ad interessarsi a noi. Suonavamo
solo musica originale, che era per metà composta da Guy e per l’altra metà da me
e Jonathan. Guy negli anni diverrà il leader di uno dei gruppi prog-rock più
conosciuti in Gran Bretagna, i Damanek. Nel frattempo, prendevo parte in svariate
realtà musicali, come bassista in un gruppo glamrock per esempio, o chitarrista in
un’orchestra di jazz-rock-funk, uno stile che andava molto di moda a quel tempo
(tipo Yellow Jackets).
F7. (1986) Bailey’s Return a Leeds. Notare stili perfettamente coordinati: un becchino, un panettiere, ed un
frou frou. Village People dei poveri.
Questi erano certamente altri tempi con altre sensibilità sociali. Avevo lasciato
un’Italia pre-immigrazione di massa e le uniche persone non autoctone le avevo
viste per la prima volta a Roma, per la maggior parte turisti di passaggio. Quindi a
Leeds arrivai senza alcun pregiudizio. Anzi, con tantissima curiosità ed interesse
per altre culture. Ricordo la sorpresa nel vedere la vicina città di Bradford con quasi
la metà dei suoi abitanti di origine sud asiatica (Pakistan e Bangladesh per la
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maggior parte), con il sindaco (sikh indiano) in turbante. Era anche il tempo quando
le più importanti star mondiali erano di colore (dalla Houston, a Michael Jackson
fino a Prince e George Benson) ed associavo quell’etnia con un ‘dono particolare
nel fare musica’. Ricordo che un gruppo di ragazzi di colore mi avevo preso in
simpatia ed un giorno mi vennero a prendere a casa con un’auto ‘burina’. Mi
portarono alla loro sala prove consentendomi di utilizzare, con una eccitazione
incredibile, la mitica batteria elettronica Roland 808. Questa aveva avuto uno
scarsissimo successo commerciale e tolta dal catalogo nel 1983 perché il suono non
emulava con successo la batteria vera. Ma entro poco tempo il nuovo genere
musicale chiamato Hip-Hop (rap) elevò i suoi suoni sintetici e variazioni di tempo
‘swing’ a colonna sonora della musica giovane. Ed io ero lì, nel ‘ghetto’ di
Chapeltown di Leeds (come il Bronx di New York o Brixton di Londra), testimone
della nascita di un nuovo genere musicale e moda che sarebbe destinata a dominare
la cultura giovanile per generazioni, ovviamente senza rendermene conto. Per di
più, e come allora, il rap rappresenta tutto quello che a me piace di meno nella
musica: ‘recitare’ fiumi di parole invece di cantare, ritmi ripetitivi, sviluppo
armonico inesistente (un ritornello musicale ripetuto all’infinito), e dialetto ‘di
strada’ e spesso gratuitamente scurrile nei testi. Ma a parte l’arte, ricordo
addirittura una telefonata a mia madre dove raccontavo il mio primo incontro con
ragazze Caraibiche che mi apparivano ‘esoteriche’ ed affascinanti. Non sapevo che
appunto Chapeltown era invece considerato un quartiere periferico ‘malfamato’
abitato, appunto, da “immigrati indesiderati” (considerati tali dalla maggioranza
della popolazione autoctona bianca). Comunque, questa affinità con la cultura
‘nera’ continuò per tutti i miei anni in Inghilterra e vide la maggior parte dei miei
progetti, amicizie e collaboratori principali, appunto appartenere a questa etnia
(Ola, Leslie, Baz, Sean, ecc.). Addirittura, nei primi anni del 2000 produssi un
disco di un gruppo Bhangra indiano e finii col suonarci insieme dal vivo.
La cosa interessante è che tutti i miei collaboratori ed amici di colore non mi
consideravano ‘un bianco’ ma mediterraneo, praticamente un nord-africano.
Addirittura, il mio socio di lungo corso Leslie mi considerava ‘un fratello’ dato che
nel mio sangue era convinto che scorresse “quello di Annibale”. Dopo aver
incontrato, lavorato ed avuto rapporti di tutti i tipi con moltissime culture del
mondo (ora da anni in Cina!) posso condividere questa sconcertante (!)
conclusione: gli esseri umani si dividono in ‘buoni, medi, e cattivi’ (~1:8:1), con
la maggioranza ovviamente nel mezzo. Chi fugge dalla propria terra per la maggior
parte sono i primi e gli ultimi. Devo ancora incontrare una “razza” con una diversa
ecco - eco
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fattorizzazione. E chiudo qui ogni mio commento e considerazione su questo tema.
Qui parlo di musica e non di melanina.
Tra le intense esperienze di quel periodo ricordo anche l’incontro con una ragazza
sassofonista la quale mi invitò a far parte della sua orchestra per un concerto alla
BBC Radio Leeds (vedi ‘Storia di: Pietà’). Tutti questi progetti mi davano molte
soddisfazioni, ma avevano una cosa in comune: non generavano un centesimo
(“baiocco”, come diceva mio padre). Vivacchiavo con i sussidi di disoccupazione
inglese, il “reddito di cittadinanza” diremmo nel 2019: una generosità (obbligata
dalle regole EU di reciprocità) molto risentita dai britannici verso gli altri cittadini
degli stati della Comunità Europea che, a parte qualche paese nord-europeo, non
offrivano l’equivalente ai britannici quando loro ‘ospiti’. Questa situazione poi
contribuirà allo sviluppo del risentimento verso la Comunità Europea sfociando nel
disastroso referendum Brexit (British Exit) del 2016.
Mio cugino Luca nel frattempo aveva fatto ritorno (1985) dalla sua esperienza nei
kibbutz israeliani e ora stava avanzando nella sua carriera alla Benetton. Molti in
Italia non si rendono conto di quanto questo marchio fosse universale negli anni
‘80 e ’90, come un McDonald’s della moda! Nel Regno Unito ogni paese aveva un
negozio Benetton in centro e Londra aveva succursali prestigiose in tutti i luoghi
più iconici della città, dal Trocadero a Covent Garden fino ad Oxford
Circus/Regent Street. Luca, che lavorava con il responsabile commerciale del sud
del paese, mi disse che mi aveva trovato un lavoro da commesso proprio alla
Benetton di Covent Garden (ero un raccomandato, ovvio!). Addio Leeds, bella
ma senza baiocchi. Mi mancherà sempre.
Robè
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ecco - eco
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Su e giù per l’autostrada. Il viaggio della speranza
Iniziò quindi il trasferimento da Leeds a Londra, diretto al quartiere di Kilburn
dove avrei condiviso un appartamento con due ragazzi pachistani. Ricordo i due-
tre viaggi di 300 km l’uno sull’autostrada M1 a bordo di corriere economiche,
stracarico di valige e strumenti (quattro chitarre ed un basso a parte i bagagli!).
Sabato 10 maggio del 1986 mi presentai puntuale al lavoro alla Benetton. Bisogna
dire che io e la moda ci siamo sempre guardati in cagnesco, quindi la mia
esperienza nel campo della vendita di maglioni ‘pastellati’ inevitabilmente durò
solo pochi mesi. Malgrado ciò, l’esperienza mi servì per iniziare a scrivere
qualcosa di concreto sul mio curriculum! Naturalmente mi diedi subito da fare per
trovare appigli ed agganci musicali a Londra.
Con mio cugino iniziammo molti progetti (F8)(F9), inclusi uno chiamato LUI (F10)
con un tal Clive Gregory al basso (D2). L’unica uscita fu un concerto il 22 luglio
del 1987 al Tunnel Club, poi, come mille altri casi, il tutto evaporò nel nulla.
Bisogna sottolineare che nel 1987, e precisamente il 5 ottobre, finalmente trovai il
mio primo ‘vero’ lavoro. A quel tempo abitavo a Balham nel sud di Londra e la
catena di salumerie di lusso Cullen’s, stava cercando un aiuto-magazziniere, cioè
un facchino. Vinsi il posto! In questa pizzicheria nel centro del quartiere feci
‘carriera’, diventando niente di meno che il responsabile del turno serale (shift
manager) Chiaro, il lavoro mi permetteva di investire tutti i miei piccoli risparmi
nella bramata carriera musicale. E di aggiungere qualcos’altro di concreto sul mio
CV britannico!
Robè
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F8. (1986) Brixton, Londra. Servizio fotografico sui tetti. Io e Luca in uno dei nostri mille progetti musicali.
Notare il peso sulla destra di mio cugino, che da evidenza fotografica, il cui uso gli risultava alieno. Il vestito
da signora sulla tavola da stiro non ricordo cosa faccia lì. Forse è meglio così…
F9. (1987) CBS sessions. E va be’, erano gli anni che uno certe cose poteva farle, 23 anni, dai! E sì, sono
bretelle di raso rosso.
ecco - eco
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F10. (1987) La prima ed ultima uscita musicale del trio ‘LUI’ a Londra. Io avevo jeans ‘pennellati’ addosso e
camicia aperta annodata all’ombelico. Quella chitarra EKO con battipenna a bagno d’oro (24k), bellissima,
modificata da mio zio Alfredo Bugari e pantografata da nonno mi verrà rubata poco tempo dopo nella casa
di Balham, a Londra. Rastell Avenue. Ancora mi ricordo l’indirizzo, tristemente.
Questo periodo fu ricco di tante esperienze musicali che ora sono difficili (ed
inutili) da ricordare in dettaglio, ma che comunque la maggior parte si
dimostrarono effimere e vicoli ciechi. Qualcun’altra però contribuì a segnare il
corso della mia vita.
Nel 1987 avevo fatto amicizia con una ragazza tedesca che lavorava con mio
cugino e che mi aveva fatto una testa così parlandomi di questo grande chitarrista
italiano che stava andando per la maggiore nei locali jazz londinesi. Una sera mi
convinse ad uscire e scoprii che questo talento nascosto non era altro che Antonio
(Forcione), il mio compaesano. Lui viveva a Kensal Rise, relativamente vicino alla
mia Kilburn e condivideva casa con un manipolo di musicisti ed ‘avventurieri’,
chiamiamoli eccentrici, tutti originari dei paesi mediterranei. Tra questi c’era un
violinista elettrico, Giuseppe Cerciello che aveva lasciato l’Italia all’apice della
notorietà con il gruppo Musicanova di Eugenio Bennato, che si era formato sulle
ceneri della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Musicanova si era sciolta
nell’81 e Pippo, finita la sua ultima tournée in Marocco con loro, aveva puntato la
sua Mercedes scassata targata NA, stracarica di strumenti e bagagli, verso
l’Inghilterra per cercare di sviluppare e proporre la sua musica, un nuovo genere di
classica sposata all’elettronica (aveva uno dei primissimi computer dedicati ed un
violino elettrico). Per campare, a parte i soliti espedienti di ‘aiuto sociale a costo
Robè
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del contribuente anglosassone’, suonava proprio a Covent Garden sulla piazzetta
laterale. Questo non era una cosa così ‘umile’, anzi. Era praticamente un palco
‘popolare’ su cui i musicisti di valore (tra i quali Antonio) potevano esibirsi in aree
dedicate al ‘busking’ (“saltimbanchi di strada”) e perfettamente legale.
Diventammo presto buoni amici ed una volta mi fece addirittura dono del suo
‘turno’ sul selciato (i turni erano ferrei in posti turistici di alto transito). Negli anni
rimanemmo amici anche quando ritornò nella sua natia Torre del Greco. Lì,
rientrato nel giro dei professionisti partenopei, mi produsse una delle canzoni che
trovate su ECCO, “Dille”.
Altro avvenimento musicale di nota fu ‘Amarcord’ (D3), ancora un progetto
condiviso con mio cugino ma questa volta lasciando il posto ad un cantante inglese
di grande potenziale, un certo Justin Hollywood. Potete leggere storia ed aneddoti
su “La storia di: Soli”.
ecco - eco
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Dal refrigeratore al sintetizzatore
Dopo un anno dedito alle ‘delikatessen’ (“pizzicagnolo continentale”), la mia vita
professionale (intesa come sorgente affidabile di pane e companatico) prese una
svolta fondamentale. Nel novembre del 1988 trovai lavoro nel negozio di strumenti
musicali Rose-Morris, al centro di Londra. Il negozio ha un pedigree unico nel
campo del commercio al dettaglio. Primo, perché locato nella storica Tim Pan Alley,
strada leggendaria londinese dove i primi e più conosciuti editori musicali si erano
concentrati per più di cento anni. Non a caso è a due passi dalla Shaftesbury
Avenue, dove si trovano i teatri tra i più famosi nel mondo specializzati nei
musical. C’era anche uno studio di registrazione molto conosciuto che era stato
frequentato da gruppi inglesi dal livello dei Rolling Stones ed i Sex Pistols. In più
era a pochi passi dal Marquee Club, locale musicale anche più leggendario, sul cui
palco avevano debuttato ‘gruppetti’ come i Pink Floyd, i Police, i Genesis, i Duran
Duran e molti altri. Questi spesso ne approfittavano per far visita ai tanti negozi di
musica e strumenti musicali che popolano la via, oggi chiamata Denmark Street.
La Rose-Morris, lì ubicata, era una società un tempo affiliata alla EKO, la ditta ‘di
famiglia’, il quale direttore era stato amico personale di mio padre (dal tempo in
cui lavorava all’ufficio estero). Aveva importato e distribuito i prodotti della ditta
di Recanati insieme a quelli VOX (chitarre fatte per la maggior parte dalla EKO in
Italia) e gli amplificatori Marshall. Però, a dispetto delle mie ‘conoscenze’, entrarci
a lavorare era stato impossibile, dato che una buona fetta della clientela era famosa
ed esigente, e non volevano giustamente commessi “stranieri con accento comico”
(come già sottolineato, l’italiano, o meglio il napoletano/siciliano, era spesso
associato al mondo della ristorazione se andava bene, o alla mafia). Il caso volle
che un giorno io e Luca eravamo fermi a parlare proprio davanti alla vetrina del
negozio quando un signore italiano si avvicinò attaccando bottone con il solito “ah,
anche voi italiani, che fate qui?”. Seguendo la solita tiritera iniziale “noi siamo del
centro Italia”, poi Marche, poi, provincia d’Ancona… ci rendemmo conto che
eravamo nati a 100 metri di distanza gli uni dagli altri! Era Roberto Brandoni,
importatore di accessori per strumenti musicali (in particolare la Quik-Lok, anche
questa di Recanati) e stocchista di strumenti e parti EKO/VOX che nel frattempo
aveva tristemente chiuso i battenti e lui ne aveva rilevato la maggior parte del
magazzino. Roberto è una delle figure più note di Denmark Street grazie alla sua
affabilità e dedizione al lavoro. Insomma, gli chiesi se potesse metterci lui una
parolina buona con il manager del negozio, che a quel tempo era un tipo altamente
borioso di nome Simon. Dopo qualche giorno, mi chiamò dicendomi che lo aveva
Robè
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convinto a mettermi in prova per un mese, ma solo part-time. Invece, rimasi
impiegato lì fino al 1991 diventando nel tempo responsabile del reparto ‘high-tech
e tastiere’. In quell’ultimo anno il mio rapporto personale con il boss Simon
deteriorò fino al punto che decisi di accettare l’offerta di passare alla concorrenza,
il negozio di fronte che si chiamava Sutekina (sul cui proprietario, e della ditta di
amplificatori Orange, ci sarebbe da scrivere un libro…). rimasi circa un anno
ma poi mi fu proposto di gestire il nuovo negozio/showroom della Yamaha ‘Music
Pulse’ a Conduit Street, tra Bond Street e Regent Street, un’offerta che non potevo
certo rifiutare dato che stavo anche per sposarmi! Ma Rose-Morris rappresentò un
momento importantissimo della mia storia musicale, come vedremo in seguito
quando narrerò alcuni aneddoti pertinenti ai miei anni lì.
Questa mia introduzione sommaria di quel periodo a cavallo tra gli anni ottanta e
novanta spero che serva ad inquadrare le storielle più significative di quegli anni
che mi accingo a narrare…
ecco - eco
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La storia di Weymouth. #metoo
In Gran Bretagna, dagli anni ‘70 fino all’avvento dell’internet a cavallo del secolo,
il modo principale per farsi conoscere o agganciare componenti per un possibile
progetto musicale era attraverso inserzioni pubblicitarie sulle pagine del
settimanale Melody Maker. Era la rivista stampata stile quotidiano più letta dai
musicisti britannici, con recensioni, dischi, ed appunto, inserzioni di lavoro e
private. Queste erano numerosissime, riempendo pagine intere, ed essenziali per
chi viveva, o cercava di vivere di musica ‘pop-rock’. Non era solo uno mezzo usato
da debuttanti e speranzosi alle prime armi, ma anche gruppi musicali famosi e case
discografiche ne facevano uso, seppur spesso in incognito. Il messaggio ‘in codice’
spesso compariva come “Casa discografica cerca bassista rock pronto per tour ed
album”. Il musicista rispondeva all’annuncio mandando un demo (una ‘cassetta’
Philips accompagnata da una lettera bombastica di presentazione) ad una casella
postale. Un terno al lotto. Chiaramente il contrario era ben più comune: decine di
musicisti mettevano inserzioni tipo “chitarrista in stile Frank Zappa disponibile...”
e moltissimi gruppi cercavano componenti scrivendo cose come “I Giant Feet
cercano tastierista per gruppo ‘The Romantics’, alla larga i perditempo”. Bisogna
anche sottolineare che le inserzioni costavano relativamente poco, una decina di
sterline per un paio di righe (ma si poteva spendere ben di più con grassetti e
cornici).
Ovvio, appena arrivato a Londra iniziai subito a rispondere a questi annunci. Ed a
metterli. Saranno stati un paio di mesi dopo il mio arrivo a Kilburn quando ricevetti
una telefonata dalla città di Weymouth, sulla costa sudovest dell’Inghilterra, dove
mi si chiedeva di mandare una cassetta. Non ricordo nel dettaglio l’annuncio, ma a
quel tempo, e a quell’età, per ‘vendere il prodotto’ probabilmente ci si spingeva
con frasi tipo “cantautore di bell’aspetto cerca manager per condurlo all’inevitabile
successo” (in sostanza, descrizione fisica di fantasia ma necessaria, erano gli anni
‘80!). Insomma, il signore interessato ritelefonò dopo una settimana invitandomi
ad incontrarlo a casa sua. Con i tre soldi di risparmi che avevo mi comprai il
‘costosissimo’ biglietto (distava a più di tre ore di treno). Ricordo che scendendo
dal vagone notai un signore in divisa di chauffeur chiedermi di seguirlo alla
macchina, una Rolls-Royce che mi avrebbe portato a casa del suo datore di lavoro.
Arrivammo ad una bellissima villa con vista sul mare ed annessa banchina di
attracco privata; un distinto signore di mezz’età mi venne incontro invitandomi a
salire in casa. Tipo molto affabile e educato, iniziammo subito un piacevole
Robè
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dialogo. Disse che non aveva molta dimestichezza nel campo musicale ma che il
suo migliore amico, Richard Branson (che aveva fondato la Virgin ed ora è uno
degli uomini più ricchi ed influenti del pianeta), era stato ospite a bordo del suo
panfilo fino a qualche giorno prima, consigliandogli di investire nell’industria
discografica. Il signore propose di far partire questo progetto da me. Ricordo che
mi prospettò prima un giro per i negozi più di tendenza di Carnaby Street per farmi
un look adatto. Mi avrebbe dato anche una Amex d’oro con un alto scoperto. Tutto
perfetto, non mi sembrava vero, qualche mese a Londra e via, già carriera in
decollo! Quando sembrava che tutto fosse concordato mi fece: “forse è meglio che
ci conosciamo meglio e ti racconti un po’ di me”. Bene. “Sono stato sposato per 30
anni ma ho divorziato qualche tempo fa” “La ragione è che ho accettato la mia
natura omosessuale”. Dissi che ovvio questo non mi creava nessun problema,
anche se io non condividevo questa sua natura, e di non avere certo pregiudizi verso
chi è diverso da me. Tutto bene. Poi, riprese “vorrei chiederti, quando andiamo a
Londra a scegliere i vestiti, ti dispiace se ti guardo quando ti cambi?”. Vedendo il
castello di carte barcollare inaspettatamente, non so cosa abbia risposto. Lui
continuò imperterrito: “ho una villa in campagna dove andremo a scegliere le
canzoni e pianificare con calma il tuo futuro musicale, ti dispiace se ti guardo
quando fai la doccia”? Non avevo ancora 23 anni a quel tempo e la testa mi girava
come un mulinello, ma seppi rispondere: “non penso che io rappresenti la persona
che sta cercando, vorrei andare ora”. E ripartii, in taxi. La settimana dopo mi
telefonò dicendo: “capisco che a te certe cose non interessano, ma possiamo fare
ancora business insieme” bene, ma poi uscì un “se poi hai degli amici, magari
squattrinati che vengono dall’Italia e li mandi da me ti saprò dimostrare la mia
riconoscenza”. In essenza mi chiese di fare il pappone per lui. Finì lì, chiaramente.
Fosse accaduto un decennio o due più tardi al tempo dell’internet avrei fatto uno
scandalo e magari guadagnato parecchio con una denuncia. O forse no. Ma a quel
tempo queste cose venivano considerate ‘di ordinaria amministrazione’ nel mondo
dello spettacolo, e me ne dimenticai presto. A chi sarà toccato dopo me?
ecco - eco
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I 10cc ed il manager depresso
Sarà stata la fine del 1992 quando una mia ‘cassettina’ finì sulla scrivania di un
manager molto famoso per aver portato al successo il gruppo inglese dei 10cc.
Avevano avuto tre numeri uno nelle classifiche inglesi, undici singoli nelle prime
dieci e un numero due negli Stati Uniti, con l’iconica “I am not in love”. Non
riporto il nome del manager, per ragioni di privacy, come capirete fra poco.
Insomma, il gruppo si era diviso qualche anno prima e lui a quel tempo stava
cercando un nuovo talento da promuovere. Lo incontrai nel suo ufficio a Londra e
tutto andò bene. Così quel giorno decidemmo di rivederci a casa mia. Il motivo?
Scegliere le canzoni per il disco d’esordio. Ricordo questo serio signore seduto per
un paio di ore nel mio attico/studio di Tooting Bec armato di blocchetto appunti,
mentre io strimpellavo canzone dopo canzone (minimo una ventina, pover’uomo!).
Finimmo con il discutere su quali musicisti chiamare, incluso il suo amico bassista
Pino Palladino (che onore sarebbe stato!) e lo studio di registrazione da usare. Ci
sentimmo al telefono la settimana dopo: tutto confermato, il progetto poteva
partire. Però passò una settimana, poi un mese, in un silenzio assordante. Decisi
allora di fare un salto nel suo ufficio, che poi era a casa sua. Incontrai suo figlio
che mi disse che il padre soffriva da tempo di depressione e che il dottore lo aveva
mandato negli Stati Uniti (dove aveva un’altra casa) per recuperare. Ovvio, il tutto
finì lì. Perché riporto questo aneddoto insignificante? Perché è stato tipico di cento
altre false partenze, promesse, lotterie a cui mancava un solo altro numero per fare
tombola! E spesso quando racconto una di queste storie fuori dal contesto mi viene
chiesto dove trovato la voglia e la forza di continuare. Il fatto è che questi episodi
si incrociavano e formavano un flusso caotico e continuo di potenziali opportunità
che si rafforzavano a vicenda, come le onde sul mare. Per usare il solito cliché, per
ogni porta che si chiudeva sembravano aprirsene altre tre, e così il sogno
continuava imperterrito, autoalimentandosi come ogni tipica ossessione e
dipendenza.
Robè
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ecco - eco
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Ronnie Scott’s, tabla e… silenzio
Quando nei primi anni ‘90 incontrai per la prima volta il mio grande amico Ola
Onabulé, sommo cantante ed artista, aveva appena iniziato a lavorare sul suo disco
di debutto per la Universal inglese. Dopo qualche tempo, però aveva rescisso il
contratto per colpe attribuite a ‘differenze artistiche’ (volevano imporgli un disco
troppo commerciale e distante dal suo gusto). Decise così di fondare una sua
etichetta discografica indipendente, uno dei primi artisti a farlo in assoluto. Si era
costruito da solo lo studio di registrazione (inclusi lavori di falegnameria, come ho
detto, uomo talentuoso) ed assemblato un nucleo di turnisti tra i più in voga a
Londra (il chitarrista John Parricelli, tra i tanti). Al tempo di questa storia stava
promovendo il suo terzo disco (su cui avevo collaborato con un rimissaggio da
discoteca!). I suoi show dal vivo erano molto apprezzati anche allora dato che
usava musicisti di grido e lui sul palco è una fonte di carisma, tecnica ed energia,
spesso paragonato a Al Jarreau. Il Ronnie Scott’s è il club jazz più famoso della
Gran Bretagna e tra i primi al mondo (D5). Ci hanno suonato centinaia di leggende
del jazz quindi è inutile stilare una lista. Ogni tanto fanno anche delle incursioni
nel mondo pop più colto, come fecero per i Level 42 o per la ‘mia’ Baz, ma
torneremo più tardi su questo. Gli unici italiani che hanno una ‘residency’, cioè che
suonano per più di una serata di passaggio, sono Enrico Rava, Mario Biondi,
Stefano Bollani, e il compaesano Antonio Forcione.
Ritorniamo a noi. Ola, in segno di stima e generosità, mi invitò ad aprire la serata
per lui con quattro canzoni (domenica, 3/3/1991). Non volendomi presentare
davanti a tal colto pubblico con “chitarra e mandolino” (dato che avevo deciso di
cantare le mie canzoni in italiano, non ricordo per quale motivo ma probabilmente
per ragioni di memoria) cercai così di imbandire un qualcosa di più originale. Il set
doveva essere acustico quindi niente batteria. Invece del ‘solito’ percussionista
latino assoldai un ragazzo Sikh (con il turbante per intenderci) che suonava le tabla
ed altri strumenti indiani ad altissimo livello. Come bassista lo chiesi ad un ragazzo
statunitense, manager del negozio di bassi al dettaglio più grande in Europa (The
Bass Centre), che avevo incontrato per lavoro qualche mese prima. In quel periodo
stavo cercando di promuovere i prodotti di mio zio Alfredo Bugari in Gran
Bretagna, i bassi e le chitarre Stonehenge.
Lo show: immaginate un tipetto con chitarra acustica EKO economica che canta le
sue frustrazioni sentimentali in italiano, un americanone alto e biondo con
strumenti da star internazionale, ed un ragazzo indiano esile esile col turbante alle
Robè
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tabla e mridangam. La prima canzone filò liscia, con applausi a seguire (ci
mancherebbe altro, siamo in Inghilterra!), ma poi partimmo con la seconda ed un
suono altissimo, tipo peto elettronico, squarciò l’aria: al bassista con il suo basso
da tremila euro gli si era scaricata la batteria interna. Ci volle una decina di minuti
per individuare e risolvere il problema (si pensava fosse il cavo), mentre io cantavo
chissà che in italiano davanti a quei poveri diavoli accompagnato da tabla che
giravano impazzite come se fossimo ad un matrimonio a Calcutta. Il basso ritornò
per l’ultima canzone. Grazie a Dio, fine set. Scesi dal palco e mio cognato mi disse
che mio suocero era stato portato in fin di vita in ambulanza in ospedale perché
colpito da un grave infarto. E la seratina si chiuse così: perfetta. Non credo in fato
o fortuna, ma qualche volta ca…pperi!
ecco - eco
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The Tempest – La tempesta in un bicchier d’acqua
Questa storiella appartiene a quella fascia di opportunità ed incontri che Rose-
Morris mi offrì con il suo traffico continuato di squattrinati (come me) e star
internazionali. incontrai persone fondamentali per la mia carriera musicale, dalla
mia amica italo-australiana (vedi Storia di: Soli), a Sanny X, Sean Cox ecc. come
vedremo in seguito. La cosa però più gratificante era, come ho già sottolineato,
sentirsi al centro della scena musicale anglosassone. Un privilegio che mi diede
l’opportunità di incontrare moltissimi personaggi di fama con cui intrecciai talvolta
discreti rapporti personali, facilitati anche dal fatto che come manager del reparto
elettronica potevo autorizzare sconti consistenti …
Tra gli incontri più curiosi ricordo quello con Angus Young degli AC/DC, il
‘bambino’ chitarrista, al quale feci due maroni enormi mostrandogli una chitarra
sintetizzatore della Roland, come se lui non sapesse suonare (sindrome patologica
dei commessi dei negozi di strumenti musicali!).
Come appurato da sempre, più genuino il talento e più umile è il portatore (cosa
che ho riscontrato anche in campo accademico!), come per esempio constatai
incontrando un giovanissimo e simpatico Seal (che era già al vertice delle
classifiche mondiali con ‘Crazy’).
Giravano per il negozio non solo musicisti professionisti ed amatoriali, ma anche
attori e varie denominazioni di ‘artisti’. Ho già scritto che lì vicino c’erano
importanti agenzie teatrali. Ricordo Hugh Laurie, oggi di fama internazionale come
il Dr. House, ma che era già popolarissimo in Gran Bretagna per i suoi show
televisivi comici (Hugh and Fry, Jeeves and Wooster, Blackadder, ecc). Si sa che
è anche un bravissimo pianista jazz e suona il blues con la sua band anche in
tournée. Ma quando lo incontrai in negozio (voleva comprare un piano elettronico
da palco), fu una delle persone più umili e timide che io abbia mai incontrato.
L’esatto contrario di Douglas Adams, autore famosissimo e ricchissimo, conosciuto
per The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (libro e poi film). Mi ricordo che per
ritirare una nuova tastiera montò con la sua Porche cabrio il marciapiede della
strettissima Denmark Street, quasi entrando dentro la porta del negozio. Esempio
classico di “io sono io, e voi non siete un …’”.
Ma l’aneddoto che racconto qui riguarda un ragazzo che si presentò al negozio per
acquistare un campionatore dell’Akai, che a quel tempo era molto in voga. Dopo
averci parlato per un bel po' pensai fosse il solito “sono una star dentro ed un giorno
il mondo se ne accorgerà”. Mi sorprese dicendomi che dopo tutto avrebbe
acquistato lo strumento (più di un migliaio di euro di oggi). Quando presentò la sua
Robè
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carta Amex d’oro lessi il nome: “Joe Tempest”, “Peppe Tempesta” in italiano, e
gli chiesi se fosse uno scherzo. Non sapevo che era lui il cantante degli Europe e
che avevano venduto 15 milioni di dischi del singolo The final countdown’, ora
un classico della musica rock del secolo scorso (una delle canzoni che divennero
colonna sonore della caduta del muro di Berlino). Ci ridemmo sopra, essendo
coetanei (nato tre settimane dopo me), e mi chiese di portargli lo strumento
direttamente a casa sua e collegarlo, pagando extra, chiaro. Questa volta andavo
più a cuor leggero (dopo l’esperienza di Weymouth), dato che era accompagnato
dalla sua ragazza, una bionda mozzafiato. Andai così al suo appartamento ed era
ovviamente fantastico. Chiacchierammo facendo progetti di collaborazione, ma lui
dopo una settimana partì in tournee mondiale e ci perdemmo di vista. Una delle
molte storie di questo tipo che mi capitarono in Inghilterra, un aneddoto non
eclatante ma che spero renda l’idea di quegli anni e, di nuovo, delle ragioni perché
il ‘sogno’ si autoalimentò così a lungo.
ecco - eco
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Roxy Music van mingendo
Fu al tempo di Rose-Morris, come raccontato in dettaglio nella “Storia di: Soli”,
che la mia amica-collega Alex, con conoscenze ‘importanti’ nel campo musicale
inglese, fece pervenire al chitarrista fondatore dei Roxy Music, Phil Manzanera,
una delle mie cassette demo. A dispetto del suo nome d’arte latino, Phil è
inglesissimo (cognome vero Targett-Adams) e, a parte essere un chitarrista
sopraffino, è anche produttore di artisti del calibro di David Gilmour (Pink Floyd).
Insomma, mi chiamò invitandomi ad andare a trovarlo nel suo studio/casa a
Chertsey, un ameno borgo del Surrey. Dopo un viaggio interminabile su treni locali
e bus, arrivai in prossimità della sua bellissima villa. Spinto da un bisogno
impellente, e non volendo presentarmi con un “posso usare il bagno?”, decisi di
mingere prima di suonare il campanello. Non vedendo nessuno in giro, trovai un
bel cespuglio nel suo giardino idilliaco irresistibile, e sfoderai. Ovvio, nel bel
mezzo dell’atto irrigatorio lui aprì la porta invitandomi ad entrare accompagnato
da una roteazione del bulbo oculare stratosferico. Bene. Mi scusai goffamente, ma
certo come introduzione non poteva essere stata più triste. L’incontro invece fu
cordiale, mi fece visitare lo studio e poi, come al solito, si fecero piani di qui e piani
di là, con progetto di registrare alcune delle mie canzoni e lanciarmi come artista
sul mercato sudamericano (!). Copia e incolla il solito finale, dopo un mese o giù
di lì, tra tournée e progetti impegnativi con i riformati Roxy Music, anche questa
storia sfumò come il vino bianco sulle scaloppine. Per lo meno gli lasciai un
ricordo. Nel giardino di casa.
Robè
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ecco - eco
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Il Vangelo di Jon
Anno 1989, 25 maggio, un mercoledì qualunque a Rose-Morris. Entra un uomo
sulla quarantina, con capelli biondi lunghi. Parlava con un accento un po’ strano,
un misto tra Manchester e Los Angeles che mi fece pensare che fosse scandinavo.
Mi chiese di mostrargli la nuova tastiera di grido, il sintetizzatore della Korg
modello M1. Questa è una tastiera storica che poteva ‘registrare stessa’, ed aveva
inoltre dei suoni a quel tempo considerati molto realistici che diventarono nel
tempo dei ‘classici’ entrando a far parte della colonna sonora dei primi anni ‘90
(da Sadè a Pino Daniele). Quando questo signore si presentò nel nostro reparto
stavo suonando una chitarra MIDI della Roland con suoni elettronici che attirarono
la sua attenzione. Comunque sia, anche se non speravo in una vendita, posai la
chitarra (era il mio lavoro dopo tutto) e gli feci una delle mie solite dimostrazioni
registrando una ‘canzone’ al volo invece di suonare suono dopo suono. Mi disse
che era interessato alla tastiera. Però, invece di comprarla mi chiese se volessi
andare quella sera in un locale vicino dove avrebbe lanciato il suo nuovo disco.
Pensavo che scherzasse, e si congedò dicendo che la segretaria mi avrebbe
contattato con i dettagli. Senza trattenere il fiato, continuai il mio lavoro. Dopo una
mezzoretta il telefono squillò: era la casa discografica Arista che mi invitava
ufficialmente al lancio, appunto, del disco dei ‘nuovi Yes’. Per ragioni legali
ufficialmente il disco non poteva essere attribuito al gruppo, quindi la band, e
quello che diverrà il loro unico disco, si chiamò con i cognomi dei musicisti:
Anderson Bruford Wakeman Howe” (voce, batteria, tastiere, chitarre).
Chiamai immediatamente un amico musicista che cercava di promuovere il proprio
disco rock (Des Hanna dei ‘Before the War’, ne parlerò in seguito) e lo invitai.
Arrivati a Kingly Street, strada parallela a Regent Street, vedemmo l’entrata del
club piena di fotografi, limousine parcheggiate e buttafuori giganteschi. Armati
dell’EP promozionale iniziammo a passare il tempo a riconoscere attori e musicisti
famosi. Ma di Jon Anderson, ecco il nome del cantante del gruppo, non c’era
traccia. Quando già si stava facendo ‘tardi’, vedemmo che la gente confluire verso
la porta: era lui che faceva un’entrava da ‘primadonna’. E come nei film americani
appena mi vide fece allontanare tutti facendomi segno di volermi parlare con
urgenza. Mi disse che un suo amico con cui stava registrando un disco voleva
imparare ad usare la tastiera M1 per inserirla nel suo arsenale musicale. Mi chiese
se fossi stato interessato ad andare a lavorare con lui per qualche giorno. - OK,
certo, lo dico al lavoro, ma chi è? - Era il compositore Vangelis (Blade Runner,
Chariotts of Fire, ecc.) e mi stava aspettando a Roma. Il giorno dopo, armato di
Robè
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ferie ‘d’emergenza’, presi un volo Alitalia per la capitale. Appena uscito dai
controlli dell’aeroporto mi venne incontro l’autista privato del compositore in
divisa e cappellino invitandomi a seguirlo alla sua Mercedes con vetri oscurati
parcheggiata fuori. Partimmo con destinazione uno degli hotel più prestigiosi della
capitale, l’Hotel della Villa, che si trova sopra la scalinata di Trinità dei Monti.
Arrivammo tardi, verso la mezzanotte. Già dormivo da un paio di ore quando
squillò il telefono: era il segretario/massaggiatore di Vangelis che mi chiedeva se
potessi salire da loro. - Che camera? - Niente camera, la suite all’ultimo piano
rispose. Praticamente l’hotel ha un appartamentino completo con una bellissima
terrazza con vista su Roma, cosa che si può vedere oggigiorno su Google Maps, se
siete curiosi.
Mi accolse il ‘personal trainer’ dicendomi che Vangelis era in terrazza ad
intrattenere qualche amico. Erano un direttore cinematografico e due attrici italiane
‘di grido’ (che io dopo tanti anni fuori dall’Italia non sapevo chi fossero). Appena
arrivato mandò via tutti dicendo di essere stanco. Dopo esserci presentati entrammo
nel salone dell’appartamento dove, armato di tantissime cassette, mi iniziò a
suonare pezzo musicale dopo pezzo su un mangiacassette gigantesco chiedendomi
quali delle sue idee musicali mi piacessero di più. Come tutti i grandi artisti, questo
vincitore di Oscar per colonne sonore si presentò umile ed insicuro, chiedendomi
in continuazione quale musica valesse la pena sviluppare o no! Non ricordo fino a
che ora la nostra ‘seratina’ durò, ma probabilmente sarà stata l’alba. Alle 14, poche
ore dopo l’autista ci avrebbe portato in studio. Ci incontrammo un’ora prima nella
lobby, ma la macchina invece si diresse a Piazza di Spagna: dovevamo fare il pieno
di McDonald’s per il compositore di cui era molto ghiotto, apparentemente una
routine giornaliera!
Lo studio è il migliore di Roma dedicato alle colonne sonore. Malgrado fossero
trascorsi tanti anni e l’aiuto dell’internet non sono riuscito a rintracciare il suo nome
per una semplice ragione: ufficialmente Vangelis registrò il disco nell’hotel! Il
prestigioso studio aveva la peculiarità di chiudere i battenti alle 19:00 perché gli
ingegneri del suono volevano andare a casa per cena, dettato dal contratto
sindacale. Alla faccia del Rock & Roll! Solo in Italia… comunque sia il metodo
compositivo di Vangelis (non si chiamava con altri nomi) era stupefacente: 4-5
tastiere elettroniche ammucchiate una sopra l’altra, ognuna adibita solo ad un
particolare suono, per esempio piano sotto, violini sopra, fiati, ecc. che venivano
controllate da una serie di pedali di volume. Componeva così, a ruota libera mentre
il registratore a 24 tracce girava. Il mio compito era di incorporare questa tastiera
ecco - eco
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benedetta nel suo metodo lavorativo, sincronizzando il ‘registratore’ interno con
un click (metronomo) che usava come guida. Un disastro. Così passò qualche
giorno, e non sapendo che fare di me, entrammo in confidenza. Io provai ad
interessarlo alla mia chitarra MIDI (che mi ero portato in ogni caso), ma anche qui
con nessun risultato. Stava registrando il suo disco di duetti con Jon Anderson, che
poi fu chiamato ‘Page of Life’, e non volevano chitarre ospiti.
Incidentalmente, dopo l’uscita di questo disco litigarono aspramente per futili
ragioni commerciali e la loro collaborazione si interruppe. Il mercoledì andammo
a fare una passeggiata. Entrammo in una pasticceria dove comprò la torta più
grande che avevano dicendomi che era il suo compleanno (non era vero, era stato
due mesi prima, il 29 di marzo, non so perché abbia mentito, forse per
ghiottoneria). La portammo in albergo e la mangiammo nel suo appartamento con
il suo assistente personale (non quel ‘tipo’ di personale...). Questo era un giorno
particolare: per fare un piacere ad un amico stilista, gli aveva permesso di usare la
sua suite per un servizio di moda, naturalmente, in questo clima surreale e
felliniano, di intimo femminile. Insomma, un’esperienza da film di Sorrentino, ma
il giorno dopo ero a bordo di un aereo diretto per Londra ed il mattino alle 10 di
servizio in negozio, “How can I help you”?
Per quanto l’avventura ‘Vangelis’ finì lì, ma Jon mi chiamò dopo un paio di
settimane chiedendomi di andare a trovarlo a casa per fare una chiacchierata.
Abitava dietro King’s Road, una delle strade più famose e storiche di Londra. In
sostanza mi aveva chiamato per introdurmi sua figlia, penso sia stata Jade, una
bellissima ragazza con madre di colore, che voleva intraprendere la carriera
musicale come cantante ed autore. L’incontro andò molto bene, con buona
assonanza musicale, ma presente c’era anche un bel ragazzo, seduto in un angolo,
molto imbronciato, quasi adirato. Non sentii più nulla dalla famiglia Anderson per
un paio di settimane. Quando riuscii finalmente a parlare con Jon mi disse che
purtroppo il ragazzo di Jade si era arrabbiato perché voleva lui scrivere i pezzi
insieme alla figlia; ma lei si era stancata di tutto e di tutti ed era andata a vivere
nella casa di famiglia a Los Angeles. Fine dell’ennesima avventura.
Post-Scriptum 1: la mia unica uscita dal vivo con un gruppo che portava il mio
nome fu all’Orange Club di Londra (ora chiuso, nel quartiere Chelsea). Avevo
assemblato una band eccezionale: al basso un virtuoso americano di cui purtroppo
ora non ricordo più il nome (quello del Ronnie Scott), al violino il mio amico Pippo
Cerciello, alle percussioni il turnista (anche di Jamiroquai) Kofi, alle tastiere
Robè
39
Matteo Saggese (nel suo ricchissimo curriculum anche compositore di Zucchero,
Il Volo, ecc. e collaboratore di Pino Daniele), ed il mio partner musicale Leslie
George, che a quel tempo era sotto contratto alla Polydor di Londra come artista.
Mancava il batterista, ed il locale ci ‘prestò’ un ragazzo di nome Dylan Howe, un
bravissimo turnista. Era il figlio di Steve Howe, del gruppo YES, citato sopra. Nel
2017 diverrà il batterista ufficiale del gruppo. Tutto torna. Potete godervi il video
QUI (https://youtu.be/5tXS5AgU6M4).
Post-Scriptum 2: Io e Matteo negli anni diventammo molto amici e suonammo
insieme in diverse occasioni. Il punto è che era molto triste per me vedere musicisti
italiani di questo calibro, da Forcione, a Pippo, a Matteo (coautore di ‘Diamante’
con Zucchero), che, anche con curriculum prestigioso in Italia, erano costretti (a
quel tempo!) a vivacchiare a Londra. Ma per lo meno, si campava di musica, cosa
che sarebbe stata impossibile in patria terra.
ecco - eco
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Evviva la España…
Correva l’Anno Domini 2001 e mi ero trasferito da poco da Londra a Dunstable,
una frazione della triste città di Luton a 50 km dalla capitale. Qualche mese prima
avevo risposto ad un annuncio sul settimanale Melody Maker di un’agenzia
spagnola che cercava artisti inglesi per il mercato iberico. Dopo un paio di
settimane il telefono squillò: sentii un tale cantare una delle mie canzoni a
squarciagola. Era l’agente spagnolo che era apparentemente impressionato dal mio
registro più alto. Mi chiese se mi sarebbe interessato fare un tour di una settimana
in Spagna come supporto di un gruppo rock inglese, anch’esso emergente. Non si
parlava di soldi di ingaggio, ovvio, l’avete capito che aria tirava, ma per lo meno
sarebbe stato tutto spesato, volo, vitto e alloggio. E la promessa di un “quasi certo”
contratto discografico in Spagna. Biglietto comprato da loro, volo Air France da
Luton. Meglio di così ma… la mattina del decollo, evento rarissimo alla fine di
marzo, scesero letteralmente tre fiocchi di neve. Gli inglesi, sempre e puntualmente
impreparati a tutti i minimi imprevisti e dal bottone ‘panico’ autopremente,
chiusero l’aeroporto per un’ora, ovvio l’ora della mia partenza per Madrid (alle sei
del mattino). Chiamai l’agente e mi disse, “non ti preoccupare, basta che arrivi per
questa sera che hai un concerto vicino alla capitale, un’ora di macchina, compra il
biglietto poi te lo rifondo io”. E qui iniziò un’avventura curiosa. Arrivai a Madrid
alle 23, dopo aver dormito pochissimo la notte prima e l’autista del ‘boss’ mi portò
subito in questo locale dove, arrivando tardi, non si poteva più far musica dal vivo.
Le cinque seguenti giornate furono uno stress enorme. Serate in locali fumosi fino
all’inverosimile, pranzi sempre ‘al sacco’ o peggio, e gli “hotel” infime bettole.
Una sera avevano sbagliato il calcolo di quanti eravamo e quindi l’ostello mi
preparò una brandina di fortuna nella cucina dell’albergo, con una puzza che ancora
impelliccia il mio naso, ‘grasa de cerdo’. Il bagno era due piani sopra ed infestato
di blatte.
Finalmente poi arrivò il giorno della partenza. Dei soldi anticipati per il volo nessun
segno, ma per lo meno dormii la sera prima in un letto vero a casa dell’autista. La
seratina non fu molto eccitante: in una cameretta l’uomo aveva ricreato l’abitacolo
di un aereo con due schermi, controlli, ecc. e per un paio di ore mi dovetti
sopportare ‘voli’ virtuali in mezzo mondo. Poco male, sarei partito il seguente
mattino. Aereo alle 14:00, lasciammo casa a mezzogiorno. Traffico di Madrid
pazzesco, ma riuscimmo ad arrivare in aeroporto per le 13:00: fatta! Ma il genio si
era scordato del cambio del fuso orario ed il volo era già partito. Air France ebbe
pietà di me e mi imbarcò sul volo successivo per Londra. Non vi scioccherà sapere
Robè
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che del contratto discografico in Spagna non si fece nulla e non mi furono mai
rimborsati neppure i soldi del volo. Almeno tra cibo orrendo e notti in bettole, forse
ci feci paro. Anzi, no.
ecco - eco
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Leslie p George ed il calvario discografico
Les, ma per dirlo tutto, Leslie p George entrò nella mia vita nel gennaio del 1992.
Da Rose-Morris mi ero spostato ad un negozio sempre di Denmark Street che si
chiamava Sutekina che era gestito da un tipo molto curioso con un passato
parecchio colorito. Era un manager di successo di vari artisti inglesi (John Miles,
di Music”) ma aveva fatto i soldi con i suoi amplificatori Orange, uno dei tre
classici britannici con Marshall e Vox, e varie speculazioni nel campo della musica;
per esempio si era comprato all’asta il piano bianco del filmato di ‘Imagine’ di
John Lennon per due soldi per poi rivenderlo facendoci una fortuna. Comunque
sia, sopportarlo non era facile (ed aveva braccetti cortissimi, “più soldi uno ha
più…” ecc.), così quando mi offrirono l’opportunità di diventare il manager del
negozio/showcase della Yamaha ‘Pulse’ non persi tempo ad accettare. Era locato
a Conduit Street, una via laterale delle prestigiose Regent’s Street e Bond Street,
strade molto più conosciute per negozi di lusso e dottori che strumenti musicali.
Anche per questo il negozio vendeva poco, oltreché come showroom non poteva
fare alcuno sconto. Poi al piano di sotto, quasi in ‘segreto’, risiedeva il R&D centre
della Yamaha, centro di ricerca e sviluppo europeo di nuovi prodotti elettronici.
Potete immaginare, come al tempo di Rose-Morris, quanti artisti sponsorizzati
dalla ditta incontrai in quel periodo. Ricordo biglietti gratis in prima fila per i
concerti dei Dire Straits, Prince, Whitney Houston, e tanti altri. Un giorno entrò un
ragazzo di colore chiedendomi di fargli una dimostrazione della nuova meraviglia
della tecnologia, un computer che registrava musica (era l’Apple II)! Ora, ovvio,
parliamo di preistoria… Ad un certo punto mi chiese se mi sarebbe interessato
scrivere qualche canzone con lui perché doveva finire il suo demo per le case
discografiche e gli mancavano un paio di pezzi. A seguire un paio di incontri, le
canzoni erano pronte e i provini registrati. Dopo qualche mese, ritornò in negozio
con la notizia: aveva firmato un contratto discografico con l’etichetta Polydor (una
delle più importanti di quel tempo). Non solo, le due canzoni che avevamo scritto
insieme erano state selezionate per l’album ed una addirittura come lato B del
primo singolo. In verità, cinicamente, mi aspettavo che anche questo progetto
sarebbe finito come molti altri, sugli scogli in vista del porto. Invece dopo un mese
mi chiamò chiedendomi di raggiungerlo con le mie chitarre nello studio più bello
di Londra, il Mayfair di Primrose Hill. Finii con il suonare tutte le chitarre
dell’album, che era prodotto da due ragazzi svedesi. Ma quando arrivammo a
registrare il nostro ‘lato B’, decise di fare le cose alla grande: voleva il suono di un
piano vero, così noleggiò un pianoforte a coda Bösendorfer che arrivò su un camion
Robè
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dopo poche ore. Io ci strimpellai i cinque accordi della canzoncina, poi le chitarre
e State of Mind era ‘cotta e servita’.
Cosa successe da questo punto in poi varrebbe un libro a sé. Il disco venne
masterizzato, il singolo stampato, serata con lancio del disco organizzata (F11), ma
da a breve il responsabile dell’ufficio che l’aveva firmato per la casa discografica
venne licenziato in tronco e di conseguenza, la maggior parte dei suoi progetti
cancellati. Quindi ci ritrovammo con un disco di 14 canzoni pronto per il lancio,
però dalla finestra.
F11. (1993) Lancio del singolo di Leslie George. Sam Sketty è il ballerino sulla sinistra, io il tastierista con
improbabili occhiali da sole, e Kofi alle percussioni. Grazie a Dio non c’erano telefonini che filmavano tutto
allora perché alla seconda canzone il coreografo mi fece prendere la chitarra in mano per unirmi ai due
ballerini davanti in una penosa coreografia di ballo. Ricordo comico indelebile per il pubblico,
fortunatamente per loro, non pagante.
Imperterrito, Leslie, come artista, dato che è anche un eccellente cantante, riuscì
ad attirare l’attenzione di un’altra casa discografica anche più grande della
precedente: la CBS (poi Sony). Lo invitarono nel loro ufficio di Soho (dietro
l’angolo a Denmark Street) per fare un provino dal vivo per i responsabili
dell’azienda. Lui mi telefonò qualche ora prima dicendomi di portare la chitarra:
avremmo suonato un paio di pezzi tratti dall’album. Così nel pomeriggio
arrivammo lì, all’ufficio che dava su Soho Square, di fronte a gente che avrebbe
deciso il nostro futuro professionale con un o con un no, a tentare l’ennesima
avventura. Ci riuscimmo, nuovo contratto discografico per Leslie! Ma ancora una
ecco - eco
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volta dopo qualche mese il contratto venne rescisso: apparentemente la Polydor
voleva troppi soldi dalla Sony per il disco che avevamo registrato per loro. Questa
volta si finì però dagli avvocati e con i soldi (suoi) vinti in causa, Leslie (che a quel
tempo studiava giurisprudenza all’Università) investì in una nuova compagnia di
promozioni musicali, la Dream III, con me come socio ‘attivo’ ed un suo amico
finanziere svizzero come ‘finanziatore silente’.
F12. (1998) Nell’attico dove tutte le canzoni con Leslie George, Amra, Baz, Terri Walker, ecc. erano state
scritte nell’arco di tempo 1992-1999. Notare incongruenza del poster sui pianeti. Il mitico computer Atari e
le casse Yamaha NS10M. Anche il maglione vintage come il monitor. Ed i miei famosi capelli alla “chalet da
litorale, a novembre”.
Robè
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ecco - eco
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DreamIII: Produttori, musicisti, compositori, promotori… tanta,
troppa roba
Da eterosessuale non ho problemi nel ricordare che quando Sam (F13) entrò per la
prima nel negozio che dirigevo fece sgranare gli occhi anche a noi maschi: era uno
degli uomini più belli che avessi mai visto, palestrato, di fisionomia latina/araba ed
occhi verdi. Era anche molto simpatico e conosciuto nel mondo del pettegolezzo,
dato che lavorava come ballerino (ed era amante) della famosissima cantante
Sinitta, di qualche annetto più anziana di lui. Si dice che il più grande successo di
lei, Toy Boy, fosse stato scritto e dedicato a lui. Lo potete vedere ballare sul video
ufficiale della canzone. Negli anni seguenti divenne uno dei pochi amici ‘veri’ che
abbia avuto in Inghilterra. Ma il mio socio Leslie, che aveva un fiuto non
indifferente per gli affari, vide in lui un potenziale tesoretto. Ci ritirammo in studio
per preparare una decina di canzoni per il ‘bono’ che era anche un discreto cantante
ed arrangiatore musicale. Registrati i pezzi, venne l’ora di ‘piazzare il prodotto’
alle case discografiche. Dopo aver noleggiato il club Orange ed un gruppo di
musicisti navigati (incluso io e Leslie), invitammo varie case discografiche
all’evento. Fu un grande successo, con Sam dominatore del palco un
ballerino…), mentre le ragazzine se lo mangiavano con gli occhi. Le case
discografiche sembravano interessate… ma lui… disse stop. Pochi giorni dopo lo
spettacolo ci confidò che non si sentiva di fare il “pagliaccio” su un palco per il
resto della sua vita e che gli importava anche meno attirare le attenzioni delle ‘fan’
(era innamorato della sua futura moglie). E qui finì la nostra collaborazione
musicale, ma come ho detto, rimanemmo buoni amici. L’ultima volta che ci
sentimmo, forse nel 2010, era felicemente sposato e con due bambini. Lavora
ancora come istruttore in palestra e programmatore di suoni e demo per le tastiere
della Yamaha. Una storia a lieto fine, dopotutto.
Robè
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F13. (1993) Con Sam Sketty in studio. Io capello da signora dopo visita dal parrucchiere dell’ospizio un
sabato pomeriggio, pronto per la Messa su RAI1 della domenica mattina. Notare orecchino d’oro che
completa il look anni ‘80.
Ma io e l’intrepido Leslie continuammo imperterriti a scrivere canzone su canzone,
producendo artisti di ogni stile musicale. Poi una sera lui mi chiamò dicendomi di
aver incontrato una ragazzina sui 15 anni di origine tailandese che aveva una voce
straordinaria, sullo stile di Mariah Carey. La incontrai, lei ovviamente
accompagnata dalla madre, e proponemmo di diventare i suoi produttori e di
scriverle canzoni. Entro un paio di anni di lavoro iniziammo ad organizzare degli
showcase, di cui uno mi ricordo alla Universal vicino a Carnaby Street. Leslie volle
arrivare in pompa magna, così affittò una costosa Jaguar con metallica dorata. Il
solo problema era che, a sua insaputa, non si poteva parcheggiare “in ditta”, e così
la dovemmo lasciare nel parcheggio pubblico dietro Carnaby Street per poi arrivare
a piedi, con chitarra a tracolla come se fossimo scesi dal bus... Soldi ben spesi! Con
Leslie e la sua filosofia basata sul concetto che “apparir ricco porta ricchezza” (alla
Totò, “bellezza mia” …), storie del genere erano all’ordine del giorno.
Si era generato parecchio interesse su di Amra (F14) come artista, questo il nome
della ragazza, specie in Giappone. Ma noi aspettavamo, o meglio, Leslie pazientava
perché certo dell’enorme potenziale commerciale di lei, sicuro che ‘i milioni di
sterline’ (sempre quelli) fossero appena dietro l’angolo, non accorgendosi che
invece di un palazzo era più una tenda del circo. Comunque sia, dalla Svizzera
arrivò un sostanziale investimento per registrare nuove canzoni e decidemmo di
ecco - eco
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prenotare uno studio adiacente Gower Street, dato che era di fronte alla mia
università. Inutile dire che anche questa scommessa non ripagò ma ebbe dei risvolti
interessanti poiché ci fece incontrare e scoprire un’altra cantante di grande talento
di nome Channelle, che da lì a qualche anno avrebbe avuto i suoi cinque minuti di
gloria (vedi Storia di: Pietà). Anche Amra, quando io già non facevo più parte del
progetto con Leslie, fu messa sotto contratto, finalmente, come parte di un gruppo
di ragazze cantanti/ballerine. Fecero un singolo, un video, e poi il gruppo si sciolse
a causa delle solite ‘incompatibilità artistiche’. Qui finisce la parentesi artistica con
Leslie, durata sei anni e che produsse decine e decine di canzoni (quasi tutte
inedite), batticuori, ed avventure. Soldi? Zero.
F14. (1998) Dal vivo con Amra. Ospite d’onore alle mie serate mensili in questo club che ora non c’è più,
nella stradina Soho Street. Ora un pub gay. Ma non allora.
Per curiosità, Leslie ha ora una figlia ventenne campioncina di nuoto ed
universitaria e sì, ha coronato il sogno della sua vita e si è arricchito con tanto di
Villa & Ferrari, ma non con la musica, ma importando ricambi per camion clonati
dalla Cina (legalmente, devo aggiungere)! Ma ancora tiene un pollice nel mondo
dello spettacolo e canta dal vivo per piacer suo e degli ascoltatori; addirittura nel
2016 ritornò nel mondo discografico come ospite vocale di una canzone del
produttore KC Thorpe che ebbe un discreto successo nei club (You’re the one for
me).
Robè
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Amra è felicemente sposata e lavora nel campo della bellezza e cosmetica dopo
essersi laureata in economia.
ecco - eco
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Sean Cox – Baz - Jermaine Jackson
Io ero uno dei tanti giovani, e meno giovani, aspiranti professionisti della musica,
sicuramente troppi, che negli anni ‘80 e ‘90 erano stati risucchiati nel vortice del
mondo della musica pop-rock nella convinzione che questo avrebbe condotto, per
chi perseverava, ad una lunga e dignitosa carriera (di artista o musicista che sia).
Mentre l’affitto e companatico come abbiamo visto, li pagavo lavorando nei negozi
di strumenti musicali, arrotondavo il modesto stipendio facendo il turnista in studi
di registrazione come chitarrista, ma a volte anche come bassista e tastierista. La
mia carriera in questo campo era stata facilitata da un ragazzo di origine
giamaicana, Sean, con cui era nata un’amicizia e rapporto di lavoro. Lui si
descriveva come ‘produttore’, nel senso moderno della parola, cioè persona
‘creativa’ in studio, tipo Will I Am. Quindi mi mise in contatto con tanti suoi amici
e collaboratori, per lo più nel genere dell’hip-hop. Sean mi aiutò tantissimo e non
so cosa ci guadagnasse con me, se non le mie continue battutine che a taluni
suonano spiritose e che mi caratterizzano, nel bene e nel male. Per essere meno
autolesionista, essendo un ‘produttore moderno’, Sean non suonava uno strumento,
quindi il mio pluristrumentismo aiutava a piazzare anche il suo prodotto.
Comunque sia, nell’anno 1990 mi telefonò una tarda sera chiedendomi se fossi
interessato a raggiungerlo in studio, mi sembra il Battery, dove lui ed il suo
collaboratore Imran stavano producendo dei demo ‘seri’ per una ragazza di nome
Rossanna Gooden (scritto così…), in arte Baz (F15). Lei aveva un bel pedigree
musicale, con il padre musicista (l’originale ‘Baz’), il fratello tra i più famosi
DJ/MC della Gran Britannia (Dave Angel), e la sorella, Monie Love, che era stata
la prima donna rapper britannica ad avere grande successo. Il suo progetto musicale
era finanziato da un miliardario eccentrico (che girava sempre e solo in Rolls-
Royce, ma come avesse fatto i denari, non lo venni mai a sapere, grazie a Dio). Il
manager di lei, Eric, era amico di Sean il quale aveva raccomandato me per suonare
le chitarre e tastiere sul demo. Quella sera fui molto titubante nell’andare, voleva
dire prendere un tassì e tornare poi a casa all’alba. Però pagavano molto bene… e
decisi di provare. Trovai il mio amico ‘produttore’ ed incontrai gli altri. Dopo
aver detto una montagna di scemenze e suonato qualche nota, Baz mi chiese se
fossi interessato a scrivere con lei un paio di canzoni da aggiungere al demo del
disco. Così iniziammo ad incontrarci a casa mia, vivendo tutti e due nel sud di
Londra (io a Tooting e lei a Dulwich) dando vita ad una decina di idee musicali.
La scrittura avveniva in due maniere: o lei portava strutture di testi già fatti ed io
ci ‘aggiungevo’ la musica, o partivamo da zero. Le registrazioni ‘su
Robè
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mangiacassette’ fatte a casa con un microfono ‘dal vivo’ arrivarono al manager e
finanziatore. Decisero di buttare la maggior parte delle vecchie canzoni e basare il
nuovo repertorio su queste nuove. Così 8 delle 10 canzoni sul demo, poi disco
compilato dalla casa discografica, porteranno anche la mia firma (F16). Va detto
che a quel tempo firmammo una carta informale (incluso il manager) che mi dava
diritto a percentuali sostanziali sui diritti d’autore delle canzoni, dal 10% fino al
50%. Ritorneremo poi su questo tema.
Dato che il progetto era serio e ben finanziato (ed anche bello dal punto di vista
musicale), nel 2001 Baz venne firmata da una casa discografica indipendente, ma
molto importante, la One Little Indian, etichetta che come vedremo ha artisti del
calibro di Bjork.
F15. (1999) Studi di Brixton con Baz ed ingegnere del suono. Quando le cose si facevano alla grande (un
manager miliardario). Io i demo li registravo su cassettine Phillips e lei davanti ad un mixer SSL da 48 canali
dal costo di un appartamento al centro di Milano. Lei firmò un contratto discografico. Io no.
Ritornammo in sala per rifare i demo di preparazione per il disco (ed usarlo per
invogliare produttori di fama), ma questa volta usando uno studio anche più bello,
a due passi dall’uscita della metropolitana: i Brixton Studios. Dal momento della
‘firma’ (il solito “cinque CD più singoli”) il passo più importante fu quello di
scegliere un produttore che, come George Martin nei Beatles o Quincy Jones con
Michael Jackson, avesse le qualità di cambiare il destino (e valore) di un progetto
musicale. La scelta cadde sul produttore tra i più in voga, Guy Sigsworth. Era
ancora negli Stati Uniti quando fu contattato: stava promovendo la canzone che
aveva scritto e prodotto insieme a Madonna, What if feels like for a girl”, che uscì
ecco - eco
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il 17/4/2001. Una delle ragioni per rivolgersi a lui era anche dovuta al fatto che
faceva parte della ‘famiglia’ discografica OLI, dato che era stato anche il tastierista
ed arrangiatore di Bjork. Anche l’ingegnere del suono fu scelto tra i migliori in
Inghilterra (se non il più rinomato tra quelli giovani), Tom Elmhirst (vincitore fino
ad oggi di ben 15 Grammy!). Lo studio, un misto di Mayfair (dove c’ero già stato
con Leslie come abbiamo visto) e quello privato di Guy, che lo usava per i propri
progetti musicali.
F16. (2001) Cena della firma del contratto discografico. Baz la prima a sinistra, Eric, il manager, sulla destra,
con il look “te guardo e te l’imbusto”. Il ragazzo che cercavo di strangolare era un famoso
agente/promotore di cui purtroppo non ricordo più il nome (Aarfon?). Era alto due metri, quindi
un’opportunità rara di avere una conversazione a quattr’occhi. Notare che portavo il mio famoso
doppiopetto in pelle semi-umana. Incredibilmente, l’unico quella sera.
Il progetto partì sparato. Lo stile da dare al prodotto era stato immaginato all’inizio
come un misto di Bjork, Imogen Heap e l’islandese Emiliana Torrini (di origine
italiana, ovvio), che a quel tempo era prodotta dai Tears for Fears. Invece, dopo il
primo incontro musicale con Guy e Tom, ed ascoltando le nostre idee musicali
originali suonate alla chitarra, loro decisero di cambiare genere ed andare invece
su di uno stile tra il mio (strimpellato e sincopato) al loro (molto più elettronico e
quadrato). Ricordo che Guy, dall’alto del suo ‘potere’ (e budget!) ordinò
immediatamente in affitto per me il meglio delle chitarre ed amplificatori sul
mercato, che ci raggiunsero in studio entro un’ora.
Robè
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Ho solo vaghi ricordi della registrazione, come il giorno in cui Guy volle
aggiungere una batteria ‘vera e suonata’ e così chiamò il batterista dei Sugarcubes
(ex di Bijork), Baldrusson, un gigante islandese che invece si portò in studio una
batteria mignon jazz, come la macchietta nel The Muppet Show, Animal.
Ma il ricordo più memorabile fu durante la registrazione della mia canzone Never
Ending Story’, che poi sarebbe diventata il lato B del secondo singolo (fu riscritta
basandoci su una mia vecchia canzone). Nello studio personale di Guy c’eravamo
solo io, lui, Tom, Baz e Imogen Heap. La canzone è essenzialmente basata sulla
mia chitarra (la storica EKO Alborada) ed il piano Wurlitzer di Guy. C’era
parecchia tensione nello studio perché quella sera Baz avrebbe lanciato il
suo/nostro CD al Ronnie Scott! Erano le 19:00 e stavamo ancora suonando in
studio. Purtroppo, io non facevo parte del gruppo live quella sera perché la casa
discografica aveva deciso di usare turnisti affermati, il ‘comprato sicuro’. Lo show
sarebbe dovuto iniziare alle 21:00 ma noi eravamo alle 20:30 ancora al nord di
Londra! All’ultimo momento arrivarono i tassì e la serata fu salvata. E con canzone
fatta, disco pronto, singoli pronti, partì (l’ennesima) avventura targata 2001/2.
La promozione per l’artista Baz era iniziata un po’ in sordina, ma in località molto
‘dignitose’, come il 20 agosto al prestigioso Shepherd Bush Empire come supporto
al gruppo americano degli Spooks (in playback, per non disturbare le star…), e la
settimana seguente al The Spitz. Ma queste appunto erano schermaglie, non
promozioni mirate. La prima campagna promozionale seria partì dalle stazioni
radio. Di solito si fanno brevi visite alle radio locali con intervista di cinque minuti
e si suona il singolo. Non noi: Baz era appena uscita in copertina sulla rivista
domenicale del Sunday Times come “l’artista che esploderà nel 2002”, quindi
mega tournee d’agosto delle radio regionali BBC e Virgin, con esibizioni dal vivo
in ogni ospitata. 28 (ventotto) interviste in cinque giorni. Si partì da Londra per la
Scozia, avanti e indietro tra est (Edimburgo) e ovest (Glasgow), poi giù nello
Yorkshire, Midlands, Galles e ritorno a Londra per ripartire infine per la costa del
sud da Brighton a Southampton (D7). In quattro: io, Baz, e i tour manager, un uomo
ed una donna. In giro per la Gran Bretagna. Intervistina, suonata dal vivo e via.
Show business, ma che stress e che profonda noia!
Il primo singolo d’esordio, Believers, solo per testare le acque e senza pubblicità
uscì il 26 novembre (2001) nei negozi in un periodo ferocemente competitivo per
la musica, cioè quando tutti gli artisti principali si fanno guerra per essere primi in
classifica a Natale. Non si sa come, ma il singolo raggiunse addirittura il numero
ecco - eco
54
36 nelle classifiche inglesi, il 15 di dicembre (non sembra tanto, ma a quel tempo,
quando i dischi si vendevano in milioni di copie, un “Top 40” in Gran Bretagna era
considerato un ‘successo’!). Ma l’apice della popolarità di questo pezzo arrivò con
le versioni club/dance (remix) di produttori famosi, come Dave Bascombe. Entrò
nelle classifiche dance europee e, con ancor più successo, quelle australiane.
‘Believers’ venne anche inserita nella raccolta ufficiale dei pezzi da ‘discoteca’ più
belli dell’anno 2002 niente di meno che dal mitico club Londinese The Ministry of
Sound.
All’articolo del Sunday Times ne seguì un altro del quotidiano londinese The
Evening Standard. Sembrava proprio che questa volta si partisse alla grande.
Facemmo molte apparizioni estemporanee che non riporto qui, ma sempre io e Baz,
chitarra e voce, proponendo le canzoni come erano state scritte.
Purtroppo, ed è meglio specificarlo subito, le vendite dei dischi non mi portarono
grandi introiti finanziari per la semplice ragione che alla fine rimasi solo con una
frazione dei diritti d’autore sulle canzoni che avevamo coscritto. Come dissi prima,
avevamo firmato quel pezzo di carta informale (che conservo) che mi attribuiva
una fetta ben più consistente di diritti. Nel campo musicale molto spesso si firma
un contratto discografico per le registrazioni (nel nostro caso con la One Little
Indian), ma poi è consigliabile firmare con una casa editoriale diversa per i diritti
d’autore. Lei firmò con un editore molto importante che non cito. Gli avvocati
presero la mia carta e la resero igienica, riconoscendomi solo una piccola parte dei
diritti per facilitare il solo autore che era sotto contratto con loro: Baz. Riuscii a
mantenere per lo meno il 40% su Psychadelic Love (che è anche il titolo del CD),
ma dovetti accettare tagli ancor più drastici sul resto. È show business. Devo dire
che Baz, che stimo molto, si batté molto per me, e non solo in questa occasione,
quindi incolpo solo la pressione degli avvocati. In ogni maniera, si pensava che il
CD fosse destinato ad un successo clamoroso nel 2002, e che di ricavi ne sarebbero
arrivati tanti, ma tanti... pochi invece, come vedremo.
Si partì con il vento in poppa. A gennaio, il 18 per la precisione, Baz aprì al
Borderline di Londra (D8), io e lei, chitarra e violino, no scusate, voce. Eravamo
già così ‘affermati’ che Nigel Clarke ci fece da supporto (aveva avuto molto
successo qualche anno prima come cantante dei Dodgy). Dopo un paio di giorni
partimmo per Cannes, nel sud della Francia, dove si tiene la ‘fiera’ della musica
europea e mondiale, il MIDEM. Andammo anche spinti dalla casa discografica
per fare pubblicità al prodotto.
Robè
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Nei mesi successivi ci giocammo il futuro. Come nuovo singolo venne scelto Smile
to Shine, una canzone su cui riuscii a strappare per lo meno il 20% dei diritti
d’autore non per questione di soldi ma di principio, dato che era stata scritta
basandoci su di un mio motivetto di chitarra. Subito furono commissionati nuovi
mix, tra cui uno del fratello di Baz, Dave Angel e dei Kings of Tomorrow. Queste
versioni furono subito un successo ed il remix dance restò in testa alle classifiche
australiane per settimane.
Ai tempi pre-YouTube il fattore determinante per il successo di una canzone in
Gran Bretagna, che spesso poi contagia il resto del mondo, era rappresentato dalla
presenza in radio. L’ambizione agognata di ogni casa discografica era di inserire il
proprio prodotto nel palinsesto della BBC, in particolare RADIO1, specializzata in
musica per giovani. Ricevemmo notizia che questa aveva deciso di inserire la
canzone sulla lista ‘A’, il massimo, che in gergo vuole dire che viene messa in
rotazione in tutti i programmi radio più volte al giorno. Il successo di vendite,
inteso come figurare nei top 10 britannici, è così quasi garantito (aiutato dalla
familiarità che cresce, come nelle cinque serate di Sanremo…).
Così la casa discografica volle subito approfittare del vento a favore ed assemblò
velocemente il complesso ufficiale che avrebbe accompagnato Baz dal vivo.
Insistettero nell’assoldare musicisti molto navigati ma Baz si impuntò che ci fossi
io alle chitarre. Alle tastiere avevamo Jamie Salisbury, un bravissimo ma timido
musicista e compositore, al basso, il produttore e direttore artistico Wag Marshall-
Page, ed alla batteria Paul Stewart (lo incontreremo di nuovo nella mia storia
musicale, fuori dal progetto Baz).
Ed eccomi qua, per la prima volta a 40 anni suonati stipendiato (decentemente) da
una casa discografica per fare le prove una sera la settimana ed un concerto al mese
(più apparizioni TV, radio, ecc.). A quel tempo insegnavo ancora e questo mi
raddoppiava lo stipendio (la ‘pacchia’ durò solo sei mesi, perché ovviamente
dovetti poi lasciare il lavoro ‘normale’).
In preparazione al tour io, da gran taccagno (o pessimista/realista, come considero
questa mia attitudine) non comprai nessun nuovo strumento, elevando la mia
chitarra acustica semi-professionale a strumento principale. Roberto Brandoni mi
sponsorizzò con una bellissima chitarra elettrica ‘EKO’ impellicciata come una
fisarmonica. Per amplificatore, un Marshall usato, ma da tastiera (una frazione del
costo). La cosa più dolorosa è che il manager volle armonizzare il look dei
componenti del gruppo. Nulla di orrendo, una camicia similseta color vinaccia e
jeans, ma i pantaloni erano da ‘rapper’, cioè tipo due taglie più grandi. Data la mia
ecco - eco
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stazza latina ad arto compatto li odiavo, facendomi apparire 20 chili più grasso e
20 cm più basso, come un comodino IKEA per la cameretta dei bambini, ma ero
costretto dal contratto…
Ci giunse notizia che la modella e cantante Sophie Ellis-Bextor ‘insisteva’ per averci
in tour con lei (F17). Era reduce da un album che aveva raggiunto il secondo posto
nelle vendite nel Regno Unito, Read my lips”, un doppio platino. La sua ascesa
musicale era tutta Made in Italy. Infatti, aveva esordito come ospite vocale nel
brano del DJ italiano Spiller Groovejet, primo in classifica in tutta Europa. In ogni
maniera, incontrammo questo pezzo di donna, molto simpatica ed affabile. Poco
prima del tour venimmo a sapere che il nostro batterista Paul avrebbe invece
suonato per lei per ragioni di personale amicizia e affinità con il bassista di Sophie,
che risaliva ai tempi della scuola (D9). Ingaggiammo un altro professionista
affermato, con poco danno. Il tour partì il 17 aprile del 2002 e terminò con lei il 4
maggio (il nostro continuò, come leggerete fra poco). Suonammo dalla Scozia allo
Yorkshire per poi chiudere in bellezza con due serate allo Shepherds Bush Empire,
dove il concerto fu filmato per un DVD commerciale. L’esperienza del tour fu
molto positiva: c’era una bella atmosfera fra i due complessi ed anche Sophie non
aveva problemi a socializzare con tutti. A quel tempo lei conviveva con il suo
manager/fidanzato. Ma alla fine del tour qualcuno fece notare che la cantante stava
sviluppando un pancino sospetto. Bene, che male c’è? Nulla, a parte che era ‘colpa’
del bassista Richard (la storia risaliva a mesi prima, ovvio). Quindi la nostra
inclusione nel tour ed il resto cominciarono ad avere un senso. Oggi sono
felicemente sposati (con il bassista, per essere chiari) ed hanno già tre figli, per chi
pensasse male.
Robè
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F17. (2002) Shepherds Bush Empire, in tour con Sophie Ellis Bextor. Da sinistra, io, Baz, Tom alla batteria,
Wag al basso e Jamie al piano. Jamie, Dio lo benedica, sembra un pianista da matrimonio che ha sbagliato
‘lochescion’.
Il nostro tour continuò, con il ritorno di Paul, uno dei batteristi da me preferiti
(suonerà su parecchi dei miei demo raccolti su ECCO). Ricordo l’apparizione del
6 maggio al ‘Concert in the Park’ a Brockweel Park, Londra. Era un festival del
LGBT+ ed era presentato da un travestito nero con tacco dodici, proiettandolo ad
oltre due metri d’altezza. Con noi c’erano tantissime star demodé della discoteca
degli anni 70. Ma quello che ricordo più vivamente è il festival ‘Essential” a
Bristol. Decisi di non andare in autobus con il resto del gruppo perché avrebbero
fatto bagordi fino a tardi ed io dovevo andare ad insegnare il giorno dopo. Il punto
è che guidavo una Punto scassata ed il concerto era a ben 200 km da Luton, ma
eroicamente ce la feci (bisognava fermarsi ogni 50 km perché il motore si ‘sur-
raffreddava’, un mistero di entropia!). Suonammo in una tenda enorme, colma di
gente, con un suono bellissimo. Finito il set fu ora di dare il cambio al gruppo
principale. Dato che non avevamo tecnici, mi soffermai sul palco a raccogliere le
mie cose. Scendendo incrociai il prossimo artista, un certo... James Brown! Ecco
spiegato il pubblico numerosissimo. Entro una mezz’ora ero alla guida della mia
vetturina asmatica diretto per quel di Luton. Incidentalmente, non fummo mai
ecco - eco
58
pagati per il concerto perché gli organizzatori del festival dichiararono bancarotta
il mese dopo. C’est la Vie bellezza mia. Neanche la benzina…
Tra seratine ed apparizioni qua e là, il 18 marzo era uscito finalmente il nostro
nuovo singolo, ‘Smile to Shine’ ma purtroppo con un piccolo handicap: la BBC
aveva cambiato il selezionatore di musica e quello nuovo, non ‘amico’ della nostra
casa discografica, ce lo aveva relegato dalla lista ‘A’ promessa, come abbiamo
visto, alla ‘C’, cioè suonato una volta alla settimana, forse la domenica notte.
Questo ebbe conseguenze catastrofiche sulle vendite e ci fermammo al numero 58
nelle charts nazionali, comunque una soddisfazione vedere il nome
gooden/bugiolacchi apparire per la prima volta nelle classifiche ufficiali inglesi
(che fu anche l’ultima). In compenso, dato che la nostra casa discografica era
ufficialmente ‘indipendente’, raggiungemmo l’ottava posizione in quella dedicata.
In quel periodo ricevetti una telefonata da una nota agenzia cinematografica
chiedendomi di passare in ufficio a firmare un contratto. Avevo saputo che il remix
di ‘Smile to Shine’ era stato aggiunto alla colonna sonora del film The Good Thief,
con Nick Nolte come attore principale che a quel tempo era molto in auge. Alla
firma mi dissero che si sarebbero aspettati un successo mondiale del film ma che
purtroppo mi potevano dare ‘solo’ 2000 sterline come anticipo. A malincuore
decisi di accettare tale ‘modesta’ somma, aspettandomi eventualmente cifre simili
in futuro ma con uno o due zero aggiuntivi. Ovviamente, il film fu uno dei successi
più modesti di Nolte e finì in cassetta/DVD entro pochi mesi. Ora mi genera
una decina o poco più di sterline di diritti d’autore all’anno. Amarus in fundo,
quando andai a vedere il film aspettandomi di vedere il mio cognome nei titoli di
coda, scoprii che si era tramutato in qualcosa tipo Bujoittotih. Buonanotte. O
meglio, Buniioottei.
Allo stesso tempo la nostra compagna di ‘ditta’, Bjork, aveva involontariamente
messo del suo per minare la nostra carriera. Aveva fatto un’impressione enorme
agli Oscar di quell’anno (2001) indossando un vestito (ora) iconico disegnato da
Marjan Pejoski, raffigurante un cigno. Sulla cresta dell’onda Bjork decise di fare
le cose alla grande, registrando il suo disco ‘Vespertine’ con un’orchestra e tante
altre bizzarrie promozionali, tipiche e costose, che uscì a fine agosto. Per produrre
il dispendioso disco la relativamente piccola casa discografica finì sull’orlo della
bancarotta. Per giunta il CD, nonostante tutto, non si tramutò mai in quel successo
sperato, raggiungendo solo l’ottavo posto delle classifiche Britanniche e 19° negli
Robè
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Stati Uniti (numero uno in altri mercati minori però). Il risultato più ‘tragico’ fu
che i soldi destinati alla promozione del nostro disco svanirono nel buco nero creato
da Bjork. A secco. Nel giro di poche settimane il complesso fu smantellato e
rimanemmo solo io e Baz.
Però non tutto sembrava perduto. Il manager si adoperò a mantenere vivo
l’interesse per la nostra musica, che piaceva soprattutto in Francia e Giappone. La
Francia, in particolare, ci diede molte soddisfazioni. Così Baz ed io iniziammo ad
andare avanti ed indietro tra Londra e Parigi, quando la Wagram Music France ci
chiamava a fare promozione in qualche locale o stazione radio della capitale (D10).
Ma la grande occasione venne l’anno dopo, quando ricevemmo un invito tanto
pazzesco quanto inaspettato. Il leggendario gruppo rock americano Blondie si era
riformato ed avrebbe suonato per la prima volta dal vivo proprio a Parigi, al
prestigioso Casinò de Paris. Volevano che Baz ed io aprissimo la serata.
Prendemmo l’Eurostar la mattina presto, poi puntata nel pomeriggio alla casa
discografica e poi la sera davanti a migliaia di persone, sul palco solo io e Baz,
nudi e crudi, con la mia chitarrina da 200 euro e la sua voce, riproponendo quasi il
disco completo in versione acustica. Andò tutto bene, Deborah Harry ci fece tanti
complimenti dietro il palco e sembrava proprio che l’avventura si fosse riavviata
in quinta. Il giorno dopo ci trasferimmo a Nantes dove ci aspettavano come ospiti
su uno degli show più seguiti alla radio nazionale francese “Hit West”. Suonammo
un paio di canzoni accompagnati al gran piano dal maestro dell’orchestra. Poi
perdemmo l’ultimo treno Eurostar. Dormimmo in un motel, sveglia alle 5 e alle 11
ero di nuovo al lavoro a Hitchin, insegnando inglese a ragazzi “con problematiche
sociali”.
Adesso non restava che aspettare le etichette francesi e giapponesi dato che erano
sicure che il nostro disco sarebbe stato un successo sui loro mercati. Indovinate ora
cosa successe: il nostro mecenate alla casa discografica parigina venne licenziato
in tronco per ragioni loro (niente a che vedere con Baz), quindi l’interesse sfumò
(è un business evanescente…). In Giappone invece l’ultima cosa che seppi era che
la casa discografica non trovava un compromesso sulla scelta della copertina del
disco! E su questa nota surreale, finì l’avventura con Baz e sostanzialmente la
mia carriera musicale (oramai verso i 40 anni suonati).
Ma, prima della tumulazione, un sussulto inaspettato: un anno dopo, nel 2004,
ricevetti una telefonata shock da Baz (che non scherzava mai su certe cose). Non
aveva voluto dirmi nulla prima, ma negli ultimi mesi il fratello di Michael Jackson,
ecco - eco
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Jermaine, che è produttore e musicista di successo, aveva incontrato lei ed Eric a
Londra proponendo l’idea di lanciarla sul mercato americano. Non solo. Aveva
insistito, dopo aver ascoltato le canzoni ‘nude’ scritte insieme, che io
l’accompagnassi negli Stati Uniti. Sarebbe ritornato il mese dopo a Londra per
finalizzare il contratto. È possibile che adesso si avveri la mia ambizione? A 41
anni suonati? Passarono un paio di settimane ed una sera il telegiornale delle 21
aprì con la notizia che “Michael Jackson è stato arrestato con l’accusa di aver
molestato un ragazzino di nome Gavin”. Suo fratello intervistato disse: “fermo tutti
i miei progetti per dedicarmi ad aiutare Michael in questo momento difficile”. La
conversazione che avevo avuto qualche settimana prima con Baz non avrei mai
pensato che fosse stata l’ultima. Calò il sipario e le luci si accesero. A platea vuota.
PS. Che ne fu degli altri? Bene, direi. Il mio amico batterista (Stewart) ed il suo
compagno di scuola bassista, ora sposo di Sophie, formarono un gruppo chiamato
The Feeling. Ebbero un considerevole successo in Inghilterra, coronato da un
album che raggiunse il primo posto in classifica e parecchi singoli che sono ora
diventati dei classici della musica inglese. Purtroppo, il gruppo non raggiunse mai
lo status di megarstar internazionali come i loro successivi competitor, i Coldplay.
A riguardo, e come curiosità, il gruppo dei Coldplay si formò proprio nell’anno
1996 quando frequentavamo tutti la stessa università a Londra (UCL). Penso di
averli incontrati nel clubbino dove si teneva una gara di ‘talenti musicali’. Dato che
la vinsi io una sera, mi illudo che avessi sconfitto proprio loro. Ma qui lo dico e qui
lo nego.
Il tastierista Jamie Salisbury ora è un compositore affermato di colonne sonore per
film e TV. Il bassista/produttore Wag Marshall-Page è ancora attivissimo nel
campo musicale e gestisce il suo studio professionale. Ma Baz, come accennato,
non la sentii più. Su internet ho visto che era stata ‘ospite’ canora su di un pezzo
da discoteca che era andato così così. Ho anche sentito che si dedicava alla carriera
musicale della figlia, per continuare la tradizione familiare.
Eric fa ancora il manager musicale e sorride sempre, sornionamente.
Il dopo-Baz, o dopo 2003, rappresentò un cambiamento fondamentale di carriera e
di vita per me, con più stadi metamorfici: da musicista squattrinato/commesso nei
negozi di strumenti musicali a professionista musicista; da insegnante prima di
tecnologia di studio poi di scienze; fino alla mia professione attuale di ricercatore
scientifico.
Robè
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Ultima nota curiosa. Nel 2016, già trasferitomi a Macau in Cina, mandai una mia
vecchia e dimenticata versione acustica di una canzone mai ‘orchestrata’ alla prima
rivista mondiale di strumenti musicali, Sound On Sound. Avevano organizzato una
competizione internazionale basata sulla collaborazione a distanza tra autori e DJ
sconosciuti (tutto su internet). La mia canzone fu rimissata da un inglese ed arrivò
tra le prime dieci. Mi mandarono addirittura un contratto discografico. E così a 54
anni firmai il mio primo, agognato contratto come artista. Ovvio, di soldi non se ne
parlò, ma il premio consistette in un abbonamento annuale alla bella rivista e, con
sottile ironia, un paio di tappi professionali per gli orecchi. Qui terminò la mia
carriera musicale inglese in metafora. Con due tappi.
ecco - eco
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Castello, sogno di mezz’estate
Come tutti ben sanno, ci sono fasi nella vita quando avvenimenti
predominantemente positivi, o negativi, si raggruppano per coincidenza o
conseguenza. Nel mese di giugno del 2015 terminò il mio contratto di lavoro a
Londra, insieme a quello di affitto e, per non farmi mancare nulla, anche la mia
relazione di sette anni. Così dopo 30 anni esatti di Inghilterra feci fagotto e me ne
tornai a casa da mamma, piombando nel mezzo di un tumultuoso periodo nella vita
della nostra famiglia. Un giovedì sera, festa di paese, sentii un gruppo suonare ai
giardini: contrabbasso, batteria e fisarmonica. Lì per lì decisi di andare in studio e
registrare delle mie canzoni con questi ragazzi, principalmente a scopo terapeutico.
Erano anni che non lavoravo con musicisti veri con cui interagire, e non io da solo
nel mondo bidimensionale e speculare del computer. Altro caso fortuito, scoprii
che nella ‘Patria della Fisarmonica’ esiste uno studio di registrazione professionale
non conosciuto da molti, il Dyne Engine, gestito da un compaesano appassionato
di musica rock, Manuele Pesaresi. Perfetto. Prenotai lo studio per tre giorni per
registrare non una o due canzoni, ovviamente la scelta più sensibile e sensata, ma
ben nove. Grazie a Dio avevo scelto musicisti professionisti e ce la fecero ad
accontentare questo mio solito vezzo irrazionale (F18)(F19). Il prodotto, Castello,
è disponibile su tutte le piattaforme digitali ed ovviamente è anche ben
rappresentato in questa collezione (in ECO). Il disco fu missato quando ero già
partito per la mia ennesima avventura di vita, ‘il ricercatore’ (non ricercato!) a
Macao, in Cina. Quindi non potei promuoverlo in Italia, magari con serate dal vivo.
Un giorno, quando sarò in pensione ed i musicisti… trentenni, forse si farà.
Non posso certamente non parlare dell’opportunità che queste registrazioni mi
dettero di duettare con mia nipote Francesca, che è cantante e musicista
professionista. Registrammo le voci in quello che era la ‘stanzetta’ dove mio padre
aveva dipinto tutti i suoi quadri e scritto i suoi libri, dove io avevo imparato a
suonare i miei strumenti e scrivere le mie prime canzoni, e dove mia nipote, da
piccola, aveva speso tanto tempo a disegnare con mio padre. Forse il mio ritorno
temporaneo in paese era destino per permettermi di chiudere qualche cerchio della
mia vita.
PS. I musici, data la loro “tenera” età, stanno fiorendo e sviluppandosi velocemente
nei loro rispettivi campi: mia nipote Francesca fa tutto, da cantante rock ad attrice
di musical. Federico N. Fioravanti (batterista) si sta ulteriormente perfezionando in
uno stage/master in Danimarca anche un eccellente percussionista). Emanuele
Robè
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Di Teodoro è un astro nascente del suo strumento, il basso, che ora insegna anche
al Conservatorio! Ed Antonino De Luca (il fisarmonicista), anche se di origine
siciliane e di giovane età, è stato insignito con il titolo di ‘ambasciatore della
fisarmonica di Castelfidardo nel mondo’, suonando ovunque e specializzandosi
sempre più nella dimensione jazz del suo strumento. Il mondo non si ferma.
F18. (2015) In studio con i miei nuovi complici musicali, Federico Nelson Fioravanti (batteria) ed Emanuele
Di Teodoro (contrabbasso), registrando ‘Castello’. 30 di differenza, in anni, talento e altezza. (foto Pesaresi)
ecco - eco
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F19. (2015) Con “l’ambasciatore della fisarmonica nel mondo”, Antonino De Luca. Registrazioni per
‘Castello’. Dopo averlo pagato per il turno, cinque dobloni di rame, Antonino uscì di fretta dallo studio per
colmare il sogno della sua vita: comprarsi un paio di scarpe. Scherzo, ovvio. Erano sandali. (foto Pesaresi)
Robè
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ecco - eco
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Considerazioni finali
Questo lungo racconto, incluse le tre parti dedicate alle canzoni che seguono,
omette purtroppo tante collaborazioni, demo, incontri, serate, che sono state troppo
transitorie per riportarle tutte qui. Non solo, ho anche evitato di scrivere ricordi di
cui non ho più tracce ‘materiali’, come documenti o foto. Per esempio, nei primi
anni a Londra risposi ad un annuncio di un gruppo alla Smiths su Melody Maker
che cercava un cantante. Io con il mio pesante accento maccheronico non pensavo
proprio che avessi una chance con un gruppo inglese che scriveva testi ‘impegnati’.
Eppure, mi presero e ricordo che registrammo della musica molto bella, di cui si è
persa ogni traccia.
Non posso di certo non includere la reminiscenza di un ragazzo inglese che
incontrai nel 1986, l’anno in cui arrivai a Londra. È passato tanto di quel tempo
che non ricordo le circostanze del nostro incontro. In ogni modo lui si chiama
Adam Nebbs, della mia stessa età, suonava o meglio, come diceva lui, strimpellava
la chitarra, e si era appassionato molto alla mia musica. Così spese i suoi miseri
risparmi per finanziare due giorni in uno studio ‘professionale’ con l’obbiettivo di
registrare due canzoni: una, la mia ‘classica’ Terrorist, ed un’altra scritta insieme,
Away from You. Lui fu felice di contribuire in studio con una traccia di chitarra di
accompagnamento. Poi ci perdemmo completamente di vista. Per 30 anni esatti.
Lo scovai a Hong Kong, a 30 km dal mio nuovo posto di lavoro a Macau e così
dopo tanti anni ci incontrammo sul molo a bere una birra e ricordare. Lui mi
raccontò che pochi mesi dopo la nostra registrazione fu lasciato dalla sua ragazza
di quel tempo e col cuore infranto mollò tutto e decise di peregrinare per il mondo
alla “ricerca di stesso”. Finì prima in Australia e poi dopo parecchie vicissitudini,
approdò sull’ex colonia inglese. A suo dire, il suo viaggio fu confortato dalla nostra
musica che lo “aiutò a rimarginare le ferite”. Comunque sia, questa esperienza gli
cambiò la vita ed ora è un affermato scrittore di libri di viaggi. Felicemente sposato
e separato da un ponte di 30 km da me. La vita.
Non mi sono certo dimenticato però anche di Des Hanna, un bravissimo chitarrista,
cantante e compositore di cui, ma non mi ricordo dove, avevo ascoltato il disco
“Before the War” del suo gruppo Run for Cover, il quale mi era piaciuto molto.
Diventammo subito amici (era lui che mi accompagnò alla serata degli “Yes”). Poi
lo convinsi a diventare il cantante del mio gruppo, con Luca alla batteria, un mio
amico di Leeds al basso ed un nostro collega di negozio, Jeremy, alle tastiere (F20).
Robè
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Facemmo un provino per le case discografiche al Naomis, che a quel tempo era la
più prestigiosa sala prova della Gran Bretagna. Avevamo anche un pazzo come
manager, ma la storia, come tante altre, morì sul nascere.
Ora Des lavora moltissimo con il suo gruppo musicale Glam Rock, e penso che si
diverta parecchio con la musica (attivissimo su Facebook). Negli ultimi mesi ha
anche riformato i “Before the War” … cercateli su internet, sono bravi!
F20. (1990) Sala prova Nomis, con Des Hanna alla voce. Anche qui coordinazione di stili ‘eccentrica’, con il
mio amico Karl di Leeds al basso, Des vestito come scaricatore di porto, Luca rapper tatuato, ed io, non lo
so, pantaloni penso dell’esercito italiano con maglietta dentro, uno stile mai usato da me prima. O dopo. E
con senno.
Nella Storia di Mareriporto che la mia prima ed ultima incursione musicale in
Italia dopo tanti anni in Inghilterra fu a seguire l’incontro con Hugh Bullen, ma in
verità l’anno dopo, nel luglio del 1993 una delle mie canzoni fu portata ad un
‘talent’ sponsorizzato dalla Fonit Cetra che si svolgeva a Frasassi (AN), vicino le
famose grotte ed agli studi di registrazione professionali chiamati Vallemania
Recording. La canzone, cantata da Alida Mancini e prodotta da Giancarlo Ragni,
si classificò seconda (uscì anche su un disco con i finalisti). Una nota su Giancarlo:
lui era un tastierista professionista che a quel tempo faceva consulenze e
dimostrazioni anche per la EKO. Era molto stimato da mio padre ed aveva uno
studio, appunto il Vallemania, che era uno dei migliori cui abbia mai frequentato.
Prima che qualcuno pensi che il secondo posto fosse stato assegnato per ‘interesse’,
va detto che Giancarlo era l’autore o co-autore di una decina di altre canzoni della
ecco - eco
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competizione, e non vinse lui (e neanche arrivò secondo...). Purtroppo, venne a
mancare solo dopo pochi anni, molto prematuramente.
Ho anche omesso tanti amici che mi hanno accompagnato per anni in questo
viaggio nella musica inglese, a cominciare da Robert Wolfe, un batterista che
conobbi a Leeds (era amico d’infanzia di Jonathan Barrett). Quando suonammo al
Marquee of Leeds con i Bailey’s Return (1/4/86), dovemmo usare una batteria
elettronica, ma lui ci aiutò ad aggiungere un po’ di ‘anima’ con percussioni a
‘freddo’, senza aver mai ascoltato le canzoni. Anni dopo ci rincontrammo per caso
nel sud di Londra dove anche lui si era trasferito nel 1987. Robert scriveva canzoni
rock che cantava lui stesso e voleva a tutti costi una carriera da ‘artista’, non solo
come batterista. È il nipote del “manager dei Genesis”, non dico altro, e così era
riuscito ad ottenere serate importanti come al Marquee di Londra (quello
originale!).
Ora insegna musica, ha un gruppo con cui suona ancora dal vivo, continua a
scrivere musica ed ha una bella famiglia e due bambini.
Quello che segue è la storia più dettagliata di tre canzoni che mi hanno
accompagnato nella mia avventura anglosassone andando sempre più vicine
all’obiettivo di essere prodotte professionalmente... senza mai però raggiungerlo.
Scusate anche qualche ripetizione con quanto scritto finora, ma è inevitabile per
inquadrare ogni storia nel suo contesto narrativo.
Robè
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F21. (2010) Göttingen, in Germania. Davanti a colleghi di lavoro in un bar australiano, ovvio. Lui se la ride
considerando il percorso della mia carriera musicale.
F22. (2014) L’ultima esibizione dal vivo, Footes Drum Shop (del batterista dei Pink Floyd, Nick Mason), a
Londra. “Pranzi acustici in negozio”. Io lavoravo a 200 metri da lì e, come 40 anni prima, (Max) Zorin non si
fece perdere l’occasione! Due, due colleghe ricercatrici osservano.
ecco - eco
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La storia di: STORIA DI MARE
STORIA DI MARE
Siamo circa alla fine dell’anno 1992, io ero al lavoro nel negozio di strumenti
musicali Rose-Morris in Denmark Street, a Londra, un pomeriggio come tanti
altri. Un ragazzo di colore mi chiese informazioni su una tastiera. Percepì il mio
accento ed iniziò a parlare usando un ottimo italiano. A quel tempo gli italiani di
pelle scura erano rarissimi, figuriamoci a Londra. Hugh Bullen, questo il suo
nome, originario del Trinidad-Tobago, mi disse di essere un bassista
professionista e che aveva lavorato prevalentemente in Italia con molti artisti di
successo, tra i quali Eugenio Finardi. Il basso sulla famosissima Musica Ribelle
apparentemente era il suo. Parliamo di epoca pre-internet quindi non c’era modo
per me di verificare nulla di quello detto, specie da Londra. Il disco Sugo di
Finardi era del 1976 e il conto non mi tornava basato sull’età che gli avevo
attribuito, attorno ad una ventina. Solo dopo mi resi conto che questo ragazzino
aveva 40 anni, ma ben portati!
Comunque mi disse che aveva lasciato l’Italia da qualche tempo e che adesso stava
cercando di sviluppare la sua carriera di produttore ed artista in Inghilterra.
Apparentemente, aveva scritto parecchie canzoni in inglese. Qualche giorno dopo
ritornò con una cassetta contenente due-tre di queste registrate molto
‘spartanamente’ e canticchiate da lui (non pretendeva di essere un cantante, va
detto). Mi chiese se fossi interessato a scrivere dei testi in italiano. Era dagli anni
‘70 che non scrivevo una rima nella mia lingua madre, ma una delle sue canzoni
mi sembrava interessante, a dire la verità solo il ritornello. Andai a casa, riscrissi
parte della musica e poi un testo basandomi sulla mia ultima (ed unica) esperienza
sentimentale in Italia: “Storia di mare”. A quel tempo avevo in casa uno studiolo
di registrazione e così gli produssi un demo un po’ più elaborato del suo.
All’ascolto ne fu felicissimo, tanto che prenotò subito uno studio professionale per
registrare la canzone ‘per bene’ (con lui al basso, ovvio).
Ero ancora in dubbio sulla veridicità del racconto riguardante il suo passato stellare
in Italia, quando un paio di settimane dopo si ripresentò in negozio: apparentemente
“dovevo” andare in Italia a parlare con i suoi ex collaboratori. Mi disse che i suoi
amici di Milano erano interessati al progetto (di me come artista delle nostre
canzoni). Preso da un impulso di gioventù misto a disperazione, dovuta alla
Robè
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vicinanza traumatica del mio trentesimo compleanno, comprai un biglietto per
Milano. Armato di una mia cassettina demo con dieci pezzi ricantati in italiano
decisi di giocarmi questa carta. Al primo appuntamento incontrai Stefano Cerri
(altro bassista fantastico, anche lui del giro dei ‘turnisti d’eccellenza’) e Walter
Calloni (tra mille altre cose fu anche il batterista dal vivo della PFM) mentre
stavano registrando in studio un disco strumentale insieme che suonava fantastico.
Nel break ascoltarono le mie canzoni e si offrirono di suonare sul mio ‘prossimo’
disco “a gratis”!
Secondo appuntamento, lo studio personale di Alberto Radius, uno dei chitarristi
più famosi d’Italia, già membro dei Formula Tre, ma con mille altre storie dietro.
Mi fece accomodare nel suo bellissimo studio ed inserì la cassetta; ascoltò le cinque
canzoni del lato ‘A’ con grande attenzione, una dopo l’altra, dall’inizio alla fine.
Poi, la girò, premette il ‘play’, e con gli occhi chiusi continuò l’ascolto. Dopo
l’ultima canzone rimase in silenzio per qualche minuto poi sentenziò: “non mi
piace, non è nel mio stile, non è abbastanza rock. Però bravo, forse dovresti ecc.”
Che uomo. Che integrità. Uscii più sollevato che deluso.
L’ultimo appuntamento fu in un prestigioso ufficio al centro di Milano, dietro il
Duomo, con un tal Mario Lavezzi . Io in verità non sapevo chi fosse essendo partito
dall’Italia quasi dieci anni addietro, e solo dopo scoprii che era uno dei nostri
produttori più famosi... Anche Lavezzi dedicò i suoi 45 minuti ad ascoltare la mia
cassettina registrata in casa, ma questa volta lui propose di lavorare insieme, ma
con i testi rivisti (da lui). A quel tempo il mio ego era un fardello non indifferente
e, come ho narrato altrove, sembrava che le opportunità di un successo
internazionale fossero sempre dietro l’angolo nella mia nazione adottiva. Così
ringraziai, salutai, e ritornai a Londra. Mi ricordo vagamente che lo richiamai
(Lavezzi) qualche mese dopo e lui mi disse che aveva avuto molto da fare, ed io la
presi come scusa per scaricarmi (stava registrando con la Vanoni invece). Con
l’avvento di internet anni dopo scoprii chi fosse veramente: autore per Morandi,
Dalla, Vanoni, cantante e chitarrista dei Camaleonti, produttore dei dischi più
famosi della Bertè, ecc. Insomma, un gigante della musica italiana. Snobbato da un
nano.
E che dire di Hugh Bullen? Ritornato al lavoro a Londra, parlammo parecchio di
questa esperienza e promisi che presto avremmo continuato a lavorare insieme su
un potenziale prodotto discografico. Voleva Calloni alla batteria e Lucio Fabbri
ecco - eco
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alle tastiere (dagli anni ‘80 multistrumentista con la PFM). Poi ci perdemmo di
vista.
Un paio di anni fa, finito di missare di nuovo ‘Storia di mare’, mi venne la curiosità
di fare una ricerca su internet e vedere dove fosse finito per mandargliene una
copia. E così scoprii che non solo quello che mi aveva detto era tutto vero ma, nella
sua incredibile modestia, non mi aveva rivelato di aver anche suonato su dischi di
Ivan Graziani, Alberto Camerini, gli Area, Antonello Venditti e su ben tre album
di Lucio Battisti! La sua ultima collaborazione in Italia era stata sul disco solista di
Lucio ‘violino’ Fabbri (guarda caso…). Lo shock però venne quando scoprii che
era morto solo qualche mese prima, il novembre del 2016, non so in quali
circostanze. In Italia sarà sempre ricordato dalla canzone Ugo l’Italiano, a lui
dedicata dal suo amico Ivan Graziani ed inclusa nel disco “Seni e Coseni” del 1981.
Nel mio minuscolo mondo lo terrò sempre in memoria come questo grande e, tipico
dei migliori, immensamente modesto musicista. Che peccato non aver lavorato
insieme e fatto quel benedetto disco. Colpa mia… Ci rimane una Storia di mare.
Robè
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ecco - eco
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La storia di: PIETÀ
PIETÀ
La musica per Pietà fu scritta probabilmente nel mese di ottobre nel lontano 1983.
A quel tempo avevo appena scoperto la musica “pop/jazz” alla Michael Franks ed
in particolare quella di George Benson, che univa melodie orecchiabili a
virtuosismi chitarristici. Mi ricordo che sia gli accordi che la melodia nacquero
molto velocemente, seduto sulla mia branda militare a castello (a quel tempo stavo
a Benevento, 100simo corso Carabinieri Ausiliari). Il testo era composto da quattro
parole con vaghe assonanze inglesi. Avevo la febbre a quaranta come reazione al
‘puntorone’ preventivo (che roba era?) amministrato sul petto!
Il primo demo lo registrai qualche mese dopo a Roma dove mi avevano trasferito.
Portai la ‘cassettina’, come si chiamava allora, a casa durante un congedo e la misi
in mano al rimpianto Rodolfo Maltese, chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso
che era in zona per visitare mio zio liutaio. Qualche giorno dopo incontrandolo di
nuovo presso la radio locale mi coprì pubblicamente di complimenti, esortandomi
a continuare. E lo feci. Pochi mesi dopo il congedo partii per l’Inghilterra per
dedicarmi alla musica, o per lo meno per provarci seriamente.
Era il 1985, atterrato a Leeds nello Yorkshire, uno dei primi progetti musicali di
cui feci parte fu di suonare la chitarra con la BBC RADIO LEEDS Jazz Orchestra. Alla
leader della band Lynne Walker piacque molto la canzone e scrisse il testo
‘definitivo’ in inglese dal titolo “You” in circa dieci minuti.
Da Leeds mi trasferii nel 1987 a Londra e qui ‘You’ continuò a distinguersi. Una
versione della canzone finì nelle mani del manager del più famoso cantante R&B
inglese di quel tempo, Billy Ocean, vincitore di un Grammy nel 1985 e con quattro
numero uno negli Stati Uniti. Il manager mi invitò per fare una chiacchierata nel
suo appartamento a Streatham Hill ed io mi feci accompagnare da mio cugino e
batterista Luca, che era anche lui emigrato con le stesse ambizioni in Inghilterra e
con il quale avevamo un gruppo chiamato ‘LUI’. Billy Ocean voleva registrare
questa mia canzone ma intendeva prima mettere mano sul testo (col senno del poi,
giustamente!). In un (protratto) momento d’orgoglio e presunzione decisi di non
‘cederla’, sicuro di un eventuale successo cantata da me: Robè il Magnifico!
Nel frattempo avevo incontrato un fantastico cantante e musicista soul, Ola
Onabulé, che divenne nel tempo uno dei miei migliori amici (fui testimone alle sue
Robè
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nozze e padrino di sua figlia). Fu messo sotto contratto dalla famosa Universal nei
primi anni ‘90 con l’idea di farlo diventare una star internazionale (a quel tempo
era tra l’altro corista dal vivo di George Michael e poi di Laura Pausini). Uomo di
forti principi, si ribellò alle scelte artistiche imposte dalla casa discografica
americana, recise il contratto e investì i suoi denari in uno studio privato dove poter
registrare la sua musica, ma come la concepiva lui. Il disco uscito nel 1995,
chiamato More Soul than Sense conteneva solo canzoni scritte da lui e
collaboratori, ad eccezione della mia ‘You’, che co-produssi e su cui suonai tutti
gli strumenti. Il disco ebbe un grande successo di critica e lanciò la carriera di Ola,
che tutt’oggi continua a crescere.
Come ho narrato precedentemente, nel 1998 io e Leslie stavamo registrando le
nostre canzoni con una cantante di nome Amra in uno studio al centro di Londra.
L’assistente era una giovane ragazza di colore cresciuta in Germania: Channelle
Gstettenbauer. Un giorno sentimmo una voce eccezionale venire dal cucinino ed
era lei! Decidemmo di farle registrare un demo e lei scelse… ‘You’. Il demo della
canzone, assieme ad altre, la aiutò a firmare un contratto pluriennale per una casa
discografica americana. Prima però il mio amico Leslie aveva deciso che il nome
Gstettenbauer non andava bene per una cantante, e così la ‘ribattezzò’ Terri Walker.
Il suo primo album, purtroppo senza la mia canzone per ragioni ‘di stile’ (troppo
leggera per un disco R&B/rap), fu nominato per i Mercury Music Prize e si
aggiudicò tre nomine per il 2003 MOBO Awards. Jools Holland, uno dei più famosi
musicisti in Gran Bretagna anche il conduttore e direttore del programma di
musica della BBC: “Later… with Jools Holland”) la prese come cantante con la sua
orchestra… The Jools Holland Orchestra.
La versione italiana della canzone qui presentata con il titolo Pietà’, fu registrata
nel 2005 e finì sul CD ‘Soli’ del 2013, che si può ascoltare sui vari Spotify o
comprare su iTunes, ecc. La versione sulla raccolta “ECO” risale ai primi anni del
2000, con un arrangiamento più ‘elettronico’. La versione bossa nova, la mia
preferita, rimarrà tesoro nei posteri(ori).
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La storia di: SOLI
SOLI
1986, a casa di mio cugino a Wanstead, nell’est di Londra. Avevo con me una
chitarra ma quello con cui mi stavo divertendo di più era una tastierina CASIO CZ-
101. Misi due suoni in intervalli di quinte provando tre semplici accordi in
successione, Mi, Do e Re maggiore: il ritornello di “Soli” era nato. Per l’inciso
trovai un giro di accordi ‘poco pop’ che suonano un po’ strani sulla chitarra, per
aprirsi poi alla grande nel più diretto ritornello. Il testo in italiano, scritto parecchi
anni dopo, nacque anche questo di getto, cosa a me assai rara. Analizzandolo tempo
dopo (io scrivo d’istinto, senza ‘soggetto’), mi resi conto che rappresenta un’ode
alla depressione, immaginiamo che allegria. Però penso di essere riuscito a
sintetizzare bene il mio concetto di stato depressivo: “non so godere, non so trarre
piacere, dai vizi miei, da illusioni e dei”. Ma il testo in inglese muterà
fondamentalmente negli anni, da “Cry out” a “Someone”, e poi “Call me”, inclusa
anche una versione in spagnolo… ma andiamo per ordine.
L’anno seguente la scrittura del pezzo, nella primavera del 1988 formammo un trio
con mio cugino Luca alla batteria ed un cantante suo amico molto promettente e
carismatico di nome Justin Hollywood (nome vero!), il cui fratello era un “pezzo
grosso” alla compagnia discografica più grande di quegli anni, la CBS.
Decidemmo di chiamarci Amarcord, come il film di Fellini, poiché si rifà alla
tradizione italiana e suonava bene anche in inglese. Come d’uopo in quegli anni di
esuberanza musicale, mettemmo insieme i nostri pochi risparmi e prenotammo uno
studio di registrazione ‘vero’ per incidere tre pezzi, con “Someone” come
potenziale singolo. Il progetto era serio: la cassetta era un capolavoro di design
(D4) (principalmente di mio cugino) e le foto erano di un noto fotografo di una
rivista famosa britannica (F23). Pippo Cerciello (ex Musicanova, Teresa de Sio,
ecc.) fu anche ospite musicale suonando il suo violino elettrico su una delle canzoni
(scritta da Luca).
Attraverso le nostre conoscenze riuscimmo ad ottenere un improbabile colloquio
con l’ufficio artisti della CBS (A&R) nel centro di Londra. All’inizio l’incontro
andò bene, anche se eravamo molto nervosi (io e Luca): cercavamo il fatidico
‘contratto discografico’ che ci avrebbe aperto la porta a fama, denari ed
opportunità. Le canzoni piacquero, il gruppo pure, ma alla domanda retorica: “dove
sperate di essere (professionalmente) fra qualche anno?”, il nostro cantante
proclamò, invece di “riscrivere la storia della musica” o che sia, che la sua
Robè
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ambizione era invece di diventare manager nel negozio di vestiti dove stava
lavorando come commesso (NEXT). Giustamente venimmo quasi messi alla
porta… Amarcord, dopo tanti sacrifici finì lì. Dopo tutto il destino del progetto era
già scritto nel nome.
F23. (1988) Progetto Amarcord. Un altro servizio fotografico, questa volta per il progetto Amarcord, con
Luca, ovvio, e Justin Hollywood alla voce. Giacca con mitocondri e sguardo di chi ha vissuto. Sperando.
Finendo con l’altro proverbiale gerundio.
Nei primi anni ‘90 lavoravo alla Rose-Morris di Londra nel reparto Hi-Tech
(tastiere, ecc.) ed un giorno si unì al nostro team una ragazza con passaporto
australiano di ovvio aspetto mediterraneo e con forte accento italiano, ma che
misteriosamente voleva solo parlare in inglese (proclamandosi australiana di
nascita). Poi un giorno iniziò ad esprimersi in romanesco e rivelò di essere la
sorellastra di una delle cantanti delle Bananarama (Siobhan Fahey), il gruppo
femminile più di successo nella storia del pop. Mi disse che era anche vissuta con
la sorella e le altre del gruppo proprio in Denmark Street nella casa del chitarrista
dei Sex Pistols. Anni dopo, con l’avvento di internet, lessi che questa storia era
vera (per lo meno la parte inerente ai Sex Pistols/Bananarama). Suonava le tastiere
e mi disse che conosceva ‘tutti’ nel business. Per provarlo un giorno mi portò ‘Cry
out’ missata in forma dance da un DJ a quel tempo molto famoso, di cui non ricordo
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purtroppo il nome. La versione, che ho ancora in archivio, era una bomba! Non
solo. Dopo qualche tempo, mi confidò che per via di Karen, l’altra cantante delle
Bananarama che era la fidanzata (poi moglie) di Andrew Ridgeley degli Wham!,
aveva conosciuto ed era diventata amica di George Michael. Un giorno mi disse
che era stata a casa di George e, dopo avergli fatto ascoltare la mia musica, era
rimasto molto colpito da ‘Cry out’ tanto da riscriverne il testo di getto, che mi diede
(e che conservo). Non ero tanto sicuro sulla genuinità e provenienza del tutto. Per
dire la verità pensavo cercasse solo di apparire ‘importante’. Però qualche tempo
dopo mi portò un’altra cassetta con dei provini del nuovo disco di George Michael
e mi disse che lui sarebbe stato contento se io avessi scritto testi in italiano dandomi
il permesso di usare un pezzo a scelta per i miei demo! A questo credetti anche
meno, ma quando uscì il suo CD ‘Older’ capii che qualcosa forse era vero, dato
che conteneva quasi tutte le canzoni del demo (ma prodotte professionalmente,
ovvio). Avevo scritto la versione italiana di una delle canzoni della cassetta che mi
aveva colpito di più, “You know that I want to”. Non la feci mai circolare per paura
di perdere la faccia in caso che il mio contatto fosse in qualche modo fasullo.
Questa canzone, nella versione originale di G. Michael dopotutto non fu inclusa
nel disco ufficiale (Older), ma diventò il lato B di un successivo singolo. Un
peccato. Un giorno forse farò ascoltare la mia versione dal titolo ‘Se fossi uomo’
(profetico, visto quello che successe al cantante dopo pochi anni…).
“Soli” comunque continuò a ‘far colpo’. Fu inclusa come ‘demo del mese’ sulla
rivista italiana Futura Musica e distribuito con la rivista nel marzo del 1996. Questo
era a seguire al ‘demo of the month’ uscito un paio di anni prima (nov. 1994) in
Inghilterra sulla versione ‘madre’ della rivista, Future Music, descrivendomi come
un “talento destinato al successo” (va bene!!). Per inciso, le mie canzoni finirono
sul CD di copertina (D6), penso l’unica volta che una canzone cantata in italiano
venisse distribuita in decine di migliaia di copie sul mercato inglese dai tempi di
Modugno. Ovvio, non ne ricavai un centesimo. Ma ora il successo, finalmente,
sembrava una questione di giorni o al massimo di mesi. Invece, dato che il processo
di ringiovanimento nel tempo marciava per il suo ordine naturale contrario, e la
mia ‘carriera di artista’ stava volgendo all’inevitabile tramonto, decisi di
concentrarmi più sulla scrittura e produzione musicale per altri, che dar retta ai
miei vezzi da primadonna.
Ma nel 2005, colpo di coda, mi contattò un amico e collega con cui avevo lavorato
assieme a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, Sanny Xenokotas, meglio conosciuto come
Robè
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Sanny X. Sanny è stato il remixer e DJ più conosciuto di quegli anni, vincendo
premi come il “miglior DJ nel mondo” e remissando canzoni per tutti i grandi (per
la leggendaria etichetta DMC), incluso Madonna, Michael Jackson e decine di altre
star. In quegli anni stava nascendo il prodotto ‘remix da discoteca’
avvantaggiandosi delle nuove tecnologie legate al computer (lui era stato uno degli
inventori del formato “megamix” o “mash”). Per questo le case discografiche di
tutto il mondo mandavano a Sanny i nastri multitraccia originali per farli diventare
‘pezzi da discoteca’, come si diceva allora. Lui non era un provetto musicista,
quindi mi utilizzava per ricreare tutte le parti musicali, dalle tastiere alle chitarre e
al basso. E venivo pagato molto bene. Addirittura, mi pagava il taxi per portarmi a
casa da Slough a Londra, un viaggio tipo Como-Milano. Mi ricordo con piacere
quando mi chiamò per ricostruire la Vie en Rose di Grace Jones nel settembre del
1990 e scoprimmo parti cantate sul nastro multitraccia non incluse sulla versione
ufficiale, con ‘lamenti’ alla Donna Summer. Ascoltatelo qui.
(https://youtu.be/KBvWgAh5jMA).
Alla fine degli anni ‘90 avevo registrato il mio primo disco di canzoni in italiano
chiamato, guarda caso, ‘Soli’ ed avevo mandato una copia a Sanny. Con l’avvento
di Skype un giorno mi chiamò per chiedermi cosa fosse successo a questo disco e
se avesse ‘venduto’ bene. Gli dissi che non era mai stato sviluppato come progetto
professionale. Si arrabbiò molto. A quel tempo un suo remix era in testa alle
classifiche dance americane (Top 5 Billboard, Highercon Tina Charles) ed aveva
tantissimo lavoro, ma disse che avrebbe trovato il tempo di produrre e registrare
Soli come ‘singolo da club’ a spese sue e senza chiedermi nulla, a parte la
promessa di usarlo come mezzo di pubblicità per la mia carriera. Inoltre, chiamò
la sua conterranea svedese Lisa Lee (una cantante di studio tra le più richieste) per
fare i cori. Purtroppo a quel tempo stavo vivendo un momento particolare nella mia
vita privata (sempre ‘complicata’), studiando per un dottorato di ricerca, lavorando
quattro giorni la settimana come insegnante e scrivendo canzoni per una cantante
professionista (Baz). Dopo aver mandato qualche copia in ‘giro’ per l’Italia fui
contattato da un’agenzia per fare dei ‘tour’ promozionali in discoteche sparse per
la penisola: a quarant’anni suonati mi sarei sentito più ridicolo di quello che già
ero. Quindi, lì finì l’avventura. Fortunatamente non penso che danneggiai di molto
la carriera di Sanny X, che malgrado il mio breve dirottamento, viaggia ancora a
gonfie vele.
ecco - eco
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DOCUMENTI
D1. (1985) Primo articolo in Gran Bretagna su giornale locale di Leeds. Notare il mio nome riconiato
“Bugiolaitthi”, ovvio di origine Ittita/mesopotamica. Anche la mia innocente nota laterale “è stato un
grande successo”! Da lì a pochi mesi, giuoco dell’uva.
Robè
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D2. (1987) Primo ed ultima apparizione del gruppo L.U.I., il cui significato dell’inizialismo sì è perso nella
notte dei tempi. Notare i nomi dei due Castellà: mio cugino trasformato in un anglosassone di origine
gallese, Davis, ma con nome italiano. Io invece, nome inglese ‘Robert’ ma cognome stroppiato in ‘Lacchi’.
Da notare che non usai di nuovo questo nome d’arte dato che suona in inglese esattamente come ‘lacchè’…
ecco - eco
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D3. (1988) Il complesso Amarcord si presentò come sorgente di “musica pop intelligente con retrogusto
dance”. Non solo, la nostra offerta includeva “un tocco di genialità”. Vale la pena imparare a leggere
l’inglese solo per godersi questo esempio di, chiamiamolo così, innocente entusiasmo giovanile.
Robè
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D4. (1988) Ed eccoli qui, gli Amarcord. Justin, Luke and Robert. Uno è un impostore inglese, quale?
ecco - eco
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D5. (1991) Combinazione improbabile al Ronnie Scott’s di Londra. Così la culla del Jazz europeo, da quel
momento ha negli annali, tra Benson e Corea, un tal Bugiolacchi, che cantò in italiano accompagnato da un
indiano Sikh alle tabla.
Robè
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D6. (1994) Recensione bombastica della mia cassettina su Future Music. La rivista inglese includeva un CD
in copertina con la canzone Blu Orizzonte (cantata in italiano!). Conclude con “Coloro che ostacoleranno il
suo successo – possano essere (un giorno) meravigliati (presumo dal mio immenso successo)”. Coloro, non
furono mai meravigliati...
ecco - eco
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D7. (2001) Il pazzesco tour delle stazioni radio inglesi. Ognuna, intervista e suonatina in diretta. Per la gioia
degli ascoltatori radiofonici impreparati.
Robè
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D8. (2002) Una delle prime uscite alla ‘grande’, al Borderline, con supporto di Nigel Clarke dei Dodgy.
Notare I nomi dei locali storici inglesi, come lo Shepherds Bush Empire, dove suonammo per ben tre volte,
e Dingwalls. La nostra carriera non durò abbastanza a lungo per riempire arene, però.
ecco - eco
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D9. (2002) Programma ufficiale del tour con Sophie Ellis Bextor. Notare le date aggiunte a mano di quando
‘dormivo’ a casa. Per risparmiare…
Robè
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D10. (2003) Toccata e fuga in Francia. A novembre supporto per Blondie al Casino de Paris (notare che non
era menzionata nel programma ‘segreto’).
ecco - eco
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2016. La mia vita fuori dalla musica, in un ‘infographic’, così tanto alla moda. Nel 2014.
Robè
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LINKS
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